COMMISSIONE III
AFFARI ESTERI E COMUNITARI

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta pomeridiana di mercoledý 21 novembre 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE UMBERTO RANIERI

La seduta comincia alle 10,05.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione del sottosegretario di Stato per gli affari esteri, Famiano Crucianelli, sui recenti sviluppi della situazione in Kosovo.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione, ai sensi dell'articolo 143, comma 2, del Regolamento, del sottosegretario di Stato per gli affari esteri, Famiano Crucianelli, sui recenti sviluppi della situazione in Kosovo.
Do la parola al sottosegretario Crucianelli che è stato a Belgrado di recente.

FAMIANO CRUCIANELLI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Il 10 dicembre la trojka composta da Ischinger, Wisner e Kharshenko, per il tramite del gruppo di contatto, presenterà al Segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon il rapporto conclusivo del negoziato per lo status del Kosovo. In questi tre mesi di attività si sono svolte sette tornate di incontri con le parti e si è andata progressivamente affermando una specifica autorevolezza di Ischinger a marcare il carattere preminentemente europeo della questione del Kosovo.
Sul problema dello status le posizioni delle parti permangono distanti. Belgrado è disposta a concedere una forma avanzata di autonomia (da ultimo è stato proposto il modello Hong Kong, o anche quello delle isole Aland; insomma c'è una ricchezza, un excursus su tutte le zone di autonomia, praticamente a livello planetario), mentre Pristina, come sapete, aspira all'indipendenza.
Sollecitata dai ministri europei e dal gruppo di contatto, lo scorso 27 settembre a New York, la trojka ha assunto un ruolo propositivo. A Bruxelles, il 14 ottobre ha consegnato alle parti uno schema in quattordici punti contente le aree di possibile futura collaborazione: questioni economiche, garanzie per le minoranze, libertà di movimento. La proposta è stata dibattuta nelle tornate negoziali del 22 ottobre e del 5 novembre, senza peraltro registrare avanzamenti significativi. Erano previste ulteriori due tornate: il 20 novembre a Bruxelles (ovvero ieri) e la settimana successiva, in cui dovrebbe svolgersi un incontro conclusivo, prolungato di due o tre giorni.
L'incontro di ieri non ha dato alcun esito positivo. Ishinger aveva elaborato una posizione che delineava una sorta di comunità neutrale, che fondamentalmente eludeva la discussione sul Kosovo, o comunque prescindeva dal dibattito sullo status, cercando di immaginare una serie di misure che potessero costruire una rete di protezione rispetto alla prospettiva dell'indipendenza. Tale rete di protezione comprende una presenza reciproca nei due Governi, un canale di collegamento istituzionale, commissioni miste che possano


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continuare a funzionare. Insomma, si tratta del tentativo di costruire un reticolo politico istituzionale che, pur in presenza dell'indipendenza del Kosovo, garantisca la continuità di relazioni fra questa regione e la Serbia. Si è parlato anche di confederazione e in effetti il modello prospettato è abbastanza vicino ad una confederazione. Ad ogni modo, ciò che possiamo dire oggi - dopo l'incontro di ieri, nel corso del quale questo tema è stato discusso - è che non è stato compiuto alcun passo in avanti.
Come diceva giustamente il presidente Ranieri, nell'ultima settimana sono stato a Belgrado, dove ho incontrato Kostunica e tutte le diverse autorità. Il giorno seguente mi sono recato a Pristina e poi (l'altro ieri) a Sarajevo. Ho fatto questa missione per avere il quadro più completo possibile e la percezione diretta di questioni che, peraltro, avevamo già sufficientemente intuito.
Avremo ancora dei giorni di negoziato. A mio parere, è legittimo dare una carta e una possibilità ulteriore a tale negoziato, senza chiudere tutte le porte e tutte le finestre. Tuttavia, è realistico immaginare che non si arrivi a una conclusione positiva. Questo è abbastanza evidente.
Il presidente Ranieri è stato a Belgrado e sa che il messaggio proveniente dalle autorità di quella città è nettissimo in questa direzione. Infatti, pur essendo disponibili a discutere ogni aspetto della questione, i serbi rifiutano, alla radice, l'indipendenza del Kosovo. Affermano di essere disposti a concedere tutte le autonomie possibili e immaginabili, al di fuori della rappresentanza internazionale, quindi fondamentalmente quella nei confronti delle Nazioni Unite. Dichiarano, inoltre, di essere disponibili a riconoscere financo la rappresentanza presso le sedi internazionali economiche e finanziarie nonché le frontiere. Questo è il chiaro messaggio che viene da Belgrado e che poi si è esercitato in tutti i modelli (come quello di Hong Kong e delle isole Aland), proposti in queste ultime settimane.
A Pristina il messaggio inviato è esattamente di segno opposto. Ho incontrato tutto il team negoziale ed è assolutamente chiaro che, come loro hanno detto, solo un miracolo potrebbe farci trovare una soluzione. Siccome di questi tempi non mi pare che vi siano miracoli a disposizione, il discorso va rapidamente sul «dopo indipendenza», con una nuova disponibilità - verificheremo se si tratta semplicemente di un'apertura negoziale o se sia reale - a concordare con la comunità internazionale - Europa e Stati Uniti d'America - i passaggi successivi. Non vogliono compiere gesti unilaterali senza essere in relazione con la comunità internazionale. Tuttavia, è chiaro che il percorso è quello. Si possono discutere i tempi e le modalità, ma l'indipendenza è il comune denominatore di tutti.
Come avete visto, in Kosovo si sono tenute le elezioni che, a mio parere, trasmettono nel loro risultato tutta la contraddittorietà della situazione. La percentuale dei votanti si è aggirata intorno al 45 per cento. Come mi è stato ampiamente illustrato dal rappresentante del Consiglio d'Europa - che era presente e che, peraltro, è un italiano, l'onorevole Di Stasi - ci si attendeva una percentuale bassa. A loro parere, tuttavia, il livello dell'affluenza non sarebbe stato poi così basso, perché vi erano le elezioni municipali che facevano da traino; il che fa intendere che se si fossero tenute solo le elezioni politiche, avremmo avuto un'ulteriore flessione nella partecipazione a questo voto.
Ho parlato di contraddittorietà della situazione, perché a fronte di una posizione fondamentalmente monotematica, quando si discute con le autorità kosovare - ormai si parla solo dei modi e tempi dell'indipendenza, ma non da oggi - il sentimento popolare è contrastato. È evidente, infatti, che si tratta di un Paese in condizioni sociali ed economiche disastrose, in cui la criminalità svolge un ruolo decisivo. Il fatto che in un passaggio così cruciale come quello che il Kosovo sta attraversando - ossia la vigilia della dichiarazione di indipendenza - vi sia un assenteismo così forte da far registrare una partecipazione alle urne abbondantemente


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al di sotto del 50 per cento dice quanto sia grande la sofferenza di questo Paese nel suo aspetto reale, ovvero quello in cui vive la gente. Volevo evidenziare, dunque, che ci troviamo in una situazione veramente molto difficile.
In ogni caso, il messaggio dei kosovari è stato molto chiaro ed è quello che conoscete. Non c'è nulla di nuovo. Il dato inquietante, emerso nelle discussioni avute a Belgrado e successivamente in quelle con i rappresentanti della KFOR in Kosovo, è che oggi, molto più di ieri - quando pure discussioni di questo tipo si facevano - appare evidente la possibilità di un collegamento con altri scenari. Anche da questo punto di vista, non possiamo stabilire - lo dico per prudenza e per dimostrare il massimo dell'oggettività possibile - quanto questo sia ancora parte di una trattativa in corso e quanto, invece, sia un dato di realismo e di profezia, purtroppo disperante. Ad ogni modo, le autorità di Belgrado hanno messo in evidenza con grande nettezza che il meccanismo che si apre col Kosovo, a questo punto non più teoricamente ma anche praticamente, può avere una ripercussione immediata sul nord del Kosovo e su tutta la zona che riguarda Mitrovica.
Ho avuto una lunga e interessante discussione, sempre con il generale della KFOR, in cui mi chiedevo che cosa sarebbe successo su quel ponte. Del resto, il problema è che cosa accadrà concretamente sul campo. Ho chiesto, dunque, chi presiederà il ponte nel momento in cui il Kosovo del nord rifiuterà l'indipendenza della regione. Il generale ha risposto che se ne occuperanno loro, ma solo dopo aver atteso le indicazioni dei politici. È evidente, infatti, che si creerà un quadro di grande difficoltà. Inoltre, una volta che dovesse innescarsi un meccanismo che comporta non solo la separazione del Kosovo dalla Serbia, ma anche il distacco interno di una parte dello stesso Kosovo, questo non può escludere altri processi, che riguardano direttamente la Serbia e la valle di Prescevo. Nel momento in cui il nord del Kosovo, in quanto serbo, dirà di no, come si comporterà la valle del Prescevo, che si trova nel sud della Serbia e dove però sono tutti albanesi? In proposito, le dichiarazioni delle autorità serbe relativamente a come si comporterebbero sono assolutamente nette.
Ovviamente sul Kosovo si creerebbe un gigantesco problema politico, diplomatico e di diritto internazionale, ma le autorità serbe hanno sempre detto che questo non aprirebbe un contenzioso in altri terreni, come quello militare ad esempio. È chiaro che se si dovesse arrivare, invece, a una rottura interna alla stessa Serbia, cambierebbe il quadro e quindi vi sarebbe una precipitazione.
La discussione, in seguito, è arrivata a toccare anche la questione della Vojvodina e quindi dei magiari. Insomma, viviamo una situazione il cui meccanismo può investire direttamente altre aree della stessa Serbia, quindi non è un problema che riguarda Paesi esterni alla Serbia. Il dato più preoccupante, per alcuni versi, è il collegamento con la Bosnia. Questa è la ragione per cui due giorni fa mi sono recato in Bosnia a discutere con tutti i suoi rappresentanti.
La situazione in Bosnia può diventare ad alto rischio, perché quell'area è attraversata da una crisi interna. Alcuni ritengono che tale crisi sia pilotata dall'esterno; altri invece, come i serbi di Bosnia, ritengono che abbia una genesi bosniaca. Questa crisi è caratterizzata da uno scontro molto aspro che sta contrapponendo la comunità serba, la Repubblica Srpska, con il rappresentante Lajcak, inviato speciale dell'Unione europea. Lo scontro si concentra fondamentalmente su questioni che riguardano il funzionamento del Governo e del Parlamento. Infatti, dopo aver più volte chiesto che ci possano essere meccanismi più avanzati rispetto al passato, in modo da far fronte alla paralisi obiettiva della situazione bosniaca, Lajcak ha proposto misure - devo dire - veramente molto minimali. Si tratta di interventi che infatti non incidono sull'autonomia delle singole realtà serbe, bosniache o anche croate, ma che danno una parvenza di credibilità almeno al funzionamento di


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queste istituzioni: il Governo può lavorare anche in assenza di un ministro, bisogna essere presenti per porre il veto e non basta essere assenti perché questo scatti.
Su queste misure si è avuta, invece, la reazione da parte della Repubblica Srpska, di Dodik in prima persona, che ha affermato che in questo modo si compie un attentato a Dayton, si rimettono in discussione quegli accordi e si crea una rottura dell'equilibrio trovato nel 1995 appunto a Dayton. Lo scontro, quindi, è diventato molto aspro. Se le misure dovessero diventare operative anche sul Parlamento, la componente serba minaccia di ritirare il 1o dicembre i propri membri dal Parlamento, i propri funzionari dalla federazione, ovvero dallo Stato bosniaco per come esso è oggi. Quindi, si delineerebbe una rottura molto traumatica. Se entra in corto circuito con il Kosovo, questa rottura può produrre effetti veramente molto distruttivi.
Voglio ora aprire una porta anche alla speranza, perché altrimenti rischiamo di precipitare nel catastrofismo. Il 28 ottobre, a Mostar, vi è stato un incontro fra i sei partiti bosniaci per affrontare il nodo della riforma della polizia. Questo è un passaggio decisivo, perché il ritardo della parafatura e della firma dell'accordo di stabilizzazione fra l'Unione europea e la Bosnia è proprio dovuto al fatto che la riforma di polizia si è bloccata. L'Europa ha dichiarato che, finché non si attua tale riforma, non si procede alla firma dell'accordo. Debbo aggiungere che tale situazione rappresenta un punto di grande polemica da parte delle autorità bosniache, le quali ritengono che questa scelta dell'Europa sia in contraddizione con l'atteggiamento assunto con la Serbia. Infatti, nonostante la latitanza di Mladic, si è proceduto alla firma della parafatura dell'accordo di stabilizzazione. Quindi, vi è un ulteriore elemento di polemica fra la Bosnia e la Serbia, e fra la Bosnia e l'Europa.
Tuttavia, ho riscontrato disponibilità a riprendere il percorso sulla riforma di polizia. Il 22 novembre (ovvero domani) si terrà un ulteriore incontro. La speranza è che si facciano passi in avanti concreti e che, quindi, si riapra la prospettiva europea. Dico questo, perché resto convinto - e vengo alle ultime considerazioni - che l'unica possibilità che abbiamo, perché non si incendi di nuovo tutta la prateria balcanica, è quella di un'assunzione di responsabilità da parte dell'Europa. L'Europa dovrà essere necessariamente presente in Kosovo, perché dovrà sostituire la missione delle Nazioni Unite con la nuova missione PESD. Anche sotto questo profilo, come sapete, è in corso una discussione molto complicata e, per alcuni versi, sofisticata, per stabilire la base giuridica di questa nuova presenza della missione militare europea in Kosovo. La Russia, infatti, contesta che la risoluzione 1244 possa essere considerata una base giuridica ancora valida; mentre gli europei sono di opinione diversa. Si aspetta, dunque, di vedere che cosa accadrà. La discussione andrà avanti. Tuttavia, credo che alla fine, anche per scelta degli stessi russi, si troverà una via di uscita. È evidente, infatti, che una forte presenza internazionale in quelle zone è, alla fine, un elemento di garanzia per tutti, compresi i russi, i serbi e via dicendo. Ritengo, dunque, che alla fine troveremo un'intesa e una base giuridica essenziale, per poter essere presenti in Bosnia con questa missione internazionale.
L'Europa dovrà assumersi comunque la responsabilità, a questo punto non solo teorica ma anche pratica, sul campo, del destino di quest'area. Credo che debba assumerla anche sul terreno politico, ovvero sulla prospettiva politica per questi Paesi.
Ci siamo distratti troppo. Personalmente, ho dovuto fare un'autocritica consapevole con i bosniaci. La Bosnia, infatti, è forse il Paese che più avrebbe dovuto avere una rapida strada verso l'Europa, in quanto fragilissimo, con istituzioni gracili e una conflittualità che può esplodere da un momento all'altro. Quindi, l'unica rete di salvaguardia, perché ci possa essere un cammino di integrazione interno, passa


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attraverso l'integrazione di questo Paese nell'Unione europea. In questo senso, dunque, l'Europa è l'unica prospettiva che può dare una risposta ai drammatici problemi di quest'area.
Nell'immediato abbiamo il negoziato. Quindi, non voglio parlare della fase successiva ad esso. Tuttavia, mi sento di dire due cose. In primo luogo, dovesse fallire questo negoziato, mi auguro che la situazione non precipiti e non si inneschi alcun meccanismo, sul terreno politico, diplomatico e del diritto internazionale, prima delle elezioni in Serbia. Sarebbe opportuno che tutti i passaggi istituzionali, iniziati in Serbia con le elezioni politiche, terminassero con l'elezione presidenziale che dovrebbe tenersi - anche se su tale argomento ci sono dei ripensamenti - entro gennaio, in modo che tutto possa avvenire in un contesto di relativa tranquillità, prima cioè che il problema sia esploso.
Inoltre - questa è la posizione su cui stiamo lavorando - si spera che ci possa essere una posizione comune dell'Unione europea. Infatti, se di fronte a ciò che può accadere in Kosovo e al contagio che questa regione può portare ad altre realtà, l'Europa dovesse presentarsi divisa, incapace di prendere decisioni, credo che a quel punto la situazione diventerebbe veramente ad alto rischio. La seconda questione che sottopongo alla vostra attenzione, quindi, è la necessità di arrivare a determinare una posizione comune dell'Europa sul Kosovo e su quelle che saranno le richieste di riconoscimento provenienti dalle autorità kosovare.

PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendano porre quesiti o formulare osservazioni.

GIANCARLO GIORGETTI. Ringrazio il sottosegretario Crucianelli. Devo riconoscere che la sua posizione è equilibrata, in una situazione estremamente complicata. Intervengo molto sinteticamente, perché, come molti sapranno, ho preso l'iniziativa di presentare una mozione in Assemblea su questo tema; quindi le eventuali ulteriori discussioni saranno svolte in quella sede.
Tuttavia, anche nel corso della missione di domenica e lunedì, ho capito che il rischio concreto che si corre è lo schieramento dei Paesi membri dell'Unione europea a favore dell'indipendenza, nel caso - io dico malaugurato - in cui il Kosovo dichiari unilateralmente l'indipendenza. Riconoscendo la dichiarazione unilaterale, che contravverrebbe alla risoluzione 1244 dell'ONU, i Paesi europei spingerebbero inevitabilmente il quadro politico serbo, comprese le forze politiche serbe più responsabili, di fatto, verso la sfera di influenza russa. Vale a dire che spingerebbero la Serbia fuori dall'Europa; esattamente il contrario di quello che invece si dovrebbe fare.
Non capisco - faccio finta di non capire - perché gli Stati Uniti d'America appoggino a tutti i costi il Kosovo e quello che esso rappresenta - e non vado oltre - nella dichiarazione unilaterale di indipendenza. Peraltro, le autorità kosovare possono farlo solo perché hanno questo sponsor eccellente che li spinge in questa direzione. Pertanto, accodandosi, l'Europa rischia di combinare un autentico disastro: infatti, rischia di fare in modo che i radicali e i nazionalisti a vario titolo tornino a essere maggioranza in Serbia e che ricominci una retorica che porta la storia indietro, chissà dove.
Quindi, i termini della questione sono estremamente complessi. La posizione della Lega in merito è risaputa. Tuttavia, quello che vorrei dire e che ho capito, sintetizzando al massimo, è quanto segue. L'Italia e l'Europa hanno di fronte a loro una scelta: cercare una formula per tenere la Serbia agganciata all'Europa; oppure, sbagliando, ricacciarla indietro verso la Russia. Credo che oggi il tema da discutere sia questo. Il senso della mozione che abbiamo presentato, il significato di quello che vogliamo dire è che dobbiamo fare di tutto affinché la Serbia resti legata all'Europa.
Sappiamo perfettamente che probabilmente tra dicembre e gennaio il Kosovo dichiarerà l'indipendenza. Che cosa farà


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l'Unione europea a quel punto? Avrà una posizione comune? Riconoscerà l'indipendenza? La coincidenza con le elezioni presidenziali in Serbia è importante. Infatti, se riconosciamo l'indipendenza del Kosovo, in Serbia - come ci hanno più o meno detto - voteranno per reazione, in modo emotivo, magari per i radicali. Il disastro sarebbe completo; avremmo di fronte uno Stato indipendente, non so quanto democratico e quanto gestito secondo gli standard occidentali, e una Serbia che probabilmente prenderebbe la strada del non ritorno.

DARIO RIVOLTA. Signor sottosegretario, intanto le chiedo scusa perché probabilmente con le mie domande le chiederò di tornare su argomenti che ha già trattato. Tuttavia, a causa di un malinteso nelle comunicazioni, si pensava che l'audizione fosse stata spostata alle ore 11.
Le domande che volevo porle sono le seguenti. Lei si è recato di recente in Bosnia. Secondo la sua percezione, qual è la posizione - e la possibilità di evoluzione di questa posizione - della Repubblica Srpska in merito a una ipotetica dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte del Kosovo? Qual è attualmente lo stato negoziale, ai fini della data limite del 10 dicembre? Se non si dovesse raggiungere un accordo concordato tra le parti, pensa che sia possibile ipotizzare, o sia già ipotizzabile, lo spostamento della data, o ritiene invece che si possa anche arrivare a uno stato negoziale?
Ieri, a Bruxelles, il ministro per il Kosovo e il ministro degli esteri serbo hanno rilasciato dichiarazioni in merito a un'offerta di status del Kosovo simile a quello delle isole finlandesi, che godono di larga autonomia e che sono di lingua svedese. Al di là del contenuto preciso della proposta, ritiene che la disponibilità mostrata dai serbi costituisca un rilancio delle basi negoziali?
Infine, lei ha parlato della necessità, da tutti condivisa, dell'unità dell'Unione europea. Ognuno di noi vorrebbe che su tutti i temi internazionali, non soltanto per quello che riguarda il Kosovo e i Balcani, l'Unione europea potesse presentarsi unita. Eppure, in questo caso, sappiamo che l'opinione sulla possibile indipendenza del Kosovo dei dirigenti politici di tanti Paesi europei non è necessariamente quella che i Governi, pur composti dagli stessi dirigenti, rappresentano negli incontri pubblici.
Un caso che penso possa essere citato è proprio quello dell'Italia, dove, non molti mesi fa, il Parlamento ha impegnato all'unanimità il Governo ad appoggiare solamente una ipotesi di soluzione della questione kosovara condivisa dalle parti. Non mi pare che le dichiarazioni rese ufficialmente dal Governo nelle sedi internazionali rispettino, ad oggi, la volontà del Parlamento.
Mi rendo conto che nei momenti negoziali, a volte, si devono usare dei falsi scopi, dei falsi punti di arrivo. A volte si fanno dei «giochi negoziali» facendo credere che una determinata posizione sia l'obiettivo, mentre magari il vero scopo può essere un altro. Peraltro, dubito che questo sia il caso. Ho più il sospetto che vi siano pressioni da parte di alcuni Paesi alleati, affinché la posizione del Governo italiano sia quella che viene annunciata, nonostante il Parlamento all'unanimità si sia pronunciato in direzione diversa.
L'unità dell'Unione europea è un plus, ma se essa deve essere raggiunta, in questo caso, con una violazione del diritto internazionale può portare risultati positivi?
Le mie preoccupazioni non hanno gli stessi esatti termini di quelle espresse dal collega Giorgetti. La Serbia è culturalmente vicina alla Russia da sempre e continuerà a esserlo, per vari motivi storici e politici. Contemporaneamente, tuttavia, è un Paese europeo e non può staccarsi dall'Europa. D'altra parte, bisogna considerare che una soluzione per il Kosovo come quella ipotizzata in apparenza come un ultimatum - l'indipendenza entro il 10 dicembre - possa temporaneamente allontanare la Serbia dall'Europa.
Per quanto mi riguarda, tuttavia, non vedo in questo il vero problema. Certo, la questione si porrebbe comunque per le conseguenze che si determinerebbero sulla


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stabilità di tutti i Balcani. Penso alla Macedonia, oltre che alla Repubblica Srpska e ad altre regioni dei Balcani, dove potrebbe esserci la tentazione di seguire la strada del Kosovo, nel caso in cui dichiarasse la propria volontà di indipendenza in maniera unilaterale, appoggiata da qualche Stato del mondo. Penso, soprattutto alle conseguenze su tante aree del mondo più volte ricordate, dove il precedente della dichiarazione unilaterale del Kosovo potrebbe diventare l'appiglio su cui - sto per concludere, presidente - le forze politiche o le opinioni pubbliche possono basarsi per chiedere un uguale status.
Quando il Parlamento si espresse in un certo modo, non lo fece per partigianeria nei confronti di uno Stato, anziché di un altro, o tanto meno per ostilità verso un gruppo etnico. Lo fece soprattutto mosso da preoccupazioni legate al diritto internazionale e dalla consapevolezza delle conseguenze estremamente negative che potrebbero esservi in tutto il mondo.
Allora, qual è la posizione del Governo su questo argomento? Si vuole continuare a contraddire la volontà del Parlamento? Non interessano le conseguenze sul piano internazionale, perché si hanno più a cuore gli interessi di qualche alleato?

PIETRO MARCENARO. Mi pare che le considerazioni dell'onorevole Rivolta dipingano una situazione discussa tutti insieme e sulla quale avevamo raggiunto - mi pare - un notevole grado di convergenza. All'inizio di una fase negoziale, infatti, abbiamo indicato la necessità di una soluzione condivisa.
La relazione dell'onorevole Crucianelli e anche la breve esposizione del presidente Ranieri avvertono che la possibilità di una soluzione condivisa è sostanzialmente alle nostre spalle o che perlomeno conviene ragionare su uno scenario futuro dove questa opzione non appare realisticamente alla portata degli attori politici del negoziato. Quindi, siamo ora in un'altra fase della discussione. Possiamo anche tornare a ribadire i nostri auspici per una soluzione condivisa, tuttavia, si tratta di fare i conti con un quadro che si delinea sostanzialmente diverso. Si profila un panorama nel quale, a mio parere - non tolgo, ma aggiungo preoccupazioni - rischia di sfumare la possibilità su cui avevamo fatto affidamento, ossia l'adesione all'Unione europea di Serbia e Kosovo; sarebbe stato uno degli elementi in grado di garantire una cornice in cui ricollocare il conflitto e renderlo governabile.
Dico questo non riferendomi solo alle ragioni di cui parlava l'onorevole Giorgetti. Senza dubbio, una soluzione di questo tipo spinge ulteriormente la Serbia in una direzione diversa, come già indicano mille presupposti. Nel mio ragionamento, penso anche al fatto - parliamoci chiaro e infatti parlo senza mediazioni - che il nuovo eventuale Stato kosovaro avrebbe parentele con tutto tranne che con una dimensione europea. Infatti sarebbe, da un lato, uno Stato sostanzialmente determinato dal sostegno degli Stati Uniti, senza i quali non sarebbe neppure ipotizzabile, oggi, un'operazione di questo tipo; dall'altro, un centro di organizzazione della malavita, come è stato detto. Dico questo perché muovo dalla consapevolezza che il quadro attuale presenta tutti i problemi, di cui abbiamo parlato (e sui quali non ritorno), relativi alle dinamiche conflittuali che lo sviluppo della situazione può innescare in quell'area e non solo.
Stando a quanto ascoltato e alle informazioni conosciute, mi sembra difficile che soluzioni come quella del modello finlandese, o di altro tipo, possano essere considerate accettabili a questo punto. A mio parere - esprimo un pensiero forse addirittura velleitario - in questo quadro solo una Serbia disposta a mettere sul tavolo la propria autonomia e a comprometterla in Kosovo potrebbe forse riaprire la partita, ovvero una Serbia che proponesse, ad esempio, una presenza nelle organizzazioni internazionali a firma doppia, offrendo poteri reali e rinunciando, in qualche modo, ad altri aspetti. Tuttavia, non mi pare che oggi tale ipotesi rientri nell'ordine delle possibilità.


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A questo punto, il rischio più forte che intravedo (non so se dispongo di tutte le informazioni necessarie in merito) è effettivamente quello della divisione dell'Europa, all'indomani della probabile dichiarazione unilaterale di indipendenza, in un quadro internazionale che vede il riconoscimento immediato da parte degli Stati Uniti e di una serie di Paesi che in qualche modo si riconoscono in questo sviluppo. Possiamo figurarci, infatti, che cosa avverrà nei Paesi recentemente entrati dell'area ex sovietica.
Rivolgendomi in particolare all'onorevole Rivolta, trovo che non vi sia contraddizione fra la posizione che il Governo sostiene, quando dice che il problema dell'unità dell'Europa è un punto essenziale, e quello che abbiamo affermato e detto insieme sulla necessità di una posizione condivisa. Mi pare, infatti, che l'unità dell'Europa sia oggi l'unico modo per sostenere una posizione che il nuovo scenario non rende più realistica in quanto le dinamiche politiche hanno preso un altro andamento.
In una situazione così difficile e sicuramente gravida di rischi e di pericoli, penso che questo punto vada collocato all'interno di un'idea di Europa che ha sostenuto l'esigenza di una soluzione condivisa e che, di fronte a un conflitto che si apre, si candida a essere uno dei soggetti che lavorano per una ricomposizione. Naturalmente dico questo sulla base di una valutazione e di un'analisi dello stato dei fatti che mi sembra realistica. Certo, se la situazione prendesse un'altra direzione, allora sarebbe diverso. Tuttavia, non mi pare che al momento vi siano le condizioni per sperare in un accordo che a dicembre o in una data successiva possa dare soluzione a questo problema.
Queste sono le considerazioni provvisorie che ho voluto svolgere, sulla base delle relazioni presentate e delle osservazioni portate sia dall'onorevole Giorgetti, sia dall'onorevole Rivolta.

TANA DE ZULUETA. Sono stati affrontati molti argomenti. Quindi, mi limito a ringraziare il sottosegretario Crucianelli per la sua esposizione chiara e molto utile. Condivido anche le preoccupazioni dell'opposizione riguardo alla posizione del nostro Governo.
Ho letto la dichiarazione di un ministro inglese, che definirei «muscolosa», secondo cui su ventisette Paesi dell'Unione, venti sarebbero pronti a riconoscere la dichiarazione unilaterale da parte del Kosovo. Se le cose stanno così - e me ne rammarico - è chiaro che chi, come l'Italia, ha forti preoccupazioni, deve assumere una iniziativa. Non so con precisione quali siano gli altri sette Paesi che nutrono le nostre stesse perplessità, ma immagino che vi siano, tra gli altri, certamente Spagna, Grecia e Ungheria. Sarebbe necessaria una mossa diplomatica altrettanto netta per evitare la deriva di una spinta cosiddetta «maggioritaria», di cui gli uomini a presidio del ponte, per primi, pagheranno le conseguenze.
Siamo in attesa di un segnale politico e diplomatico diverso rispetto alle attuali prospettive, che indichi come orientarsi per far sì che la decisione europea - che ci auguriamo unanime - sia più vicina alle nostre preoccupazioni e ai nostri auspici.

SERGIO D'ELIA. Ho molto apprezzato la relazione del sottosegretario Crucianelli cui chiedo subito se, in sede di replica, potrà indicarci il quadro della posizione dei Paesi membri dell'Unione europea. Infatti, se l'obiettivo è quello di arrivare ad avere una posizione comune dell'Unione europea sul Kosovo, questo mi sembra molto più velleitario della soluzione condivisa fra serbi e kosovari a proposito delle future relazioni reciproche. L'Unione europea non ha una posizione comune in politica estera su nulla. Non l'ha avuta neanche sulla pena di morte cui tutti sono contrari. Se è stato fatto qualche passo in avanti, ciò è avvenuto grazie a qualcosa di più grande dell'Unione europea. Penso a quello che sta succedendo ora a New York. Fino all'ultimo minuto gli europei sono rimasti divisi tra loro per vari motivi.


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Come dice il collega Marcenaro, abbiamo approvato una mozione parlamentare, ma ora ci troviamo in uno scenario diverso, che lei, signor sottosegretario, ha descritto molto bene. Non dobbiamo rivendicare il passato, ma porre in essere atti di indirizzo differenti rispetto alla prospettiva che si è aperta. Il riconoscimento del Kosovo indipendente avverrà, da parte di una serie di Paesi. Sarebbe un atto responsabile che questi si assumessero anche il carico di un tale riconoscimento per tutti i problemi, che lei ci ha delineato, sulla realtà del Kosovo.
Credo che l'Unione europea non debba accettare soluzioni e iniziative unilaterali. Nello stesso tempo, tuttavia, ritengo che si debba fare carico delle prospettive e di quello che succederà sul campo. Lei ha detto che occorre dare una prospettiva europea. Ma a chi? Non credo che la si debba dare ad un Kosovo autoproclamatosi indipendente. Per evitare i rischi che si apriranno dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza - in proposito le chiedo quali sono i tempi prevedibili - l'unico antidoto su cui l'Unione europea può lavorare, come lei ha accennato, è legato alla Bosnia e alla Serbia. L'unica garanzia che non scoppi nuovamente un conflitto dalle proporzioni incalcolabili è l'accelerazione dei tempi per l'adesione all'Europa di queste realtà. Lo dice una persona che ha sempre sostenuto che il tribunale penale internazionale deve fare il suo corso. Sappiamo che esiste quel blocco, quel vincolo. Non è una questione di realismo, ma di opportunità politica, mettere da parte il dossier sui tribunali sull'ex Jugoslavia e procedere, in maniera accelerata, all'integrazione di quei Paesi nella dimensione europea. È l'unica garanzia che non scoppino conflitti. Non so se lei, sottosegretario, condivide la mia analisi.

IACOPO VENIER. Ringrazio anch'io il sottosegretario Crucianelli per la sua chiara esposizione. Svolgerò solo alcune brevissime considerazioni. La guerra, condotta contro l'ex Jugoslavia per la vicenda del Kosovo, era contro l'Europa e produce i suoi effetti ancora oggi. Credo, tuttavia, che ci troviamo di fronte al fallimento di questa strategia. Il nostro Governo deve aiutarci a capire se è proprio questa la strada che l'Europa deve seguire. Quando gli Stati Uniti prendono unilateralmente iniziative su vicende che hanno a che fare anche con i destini dell'Europa, questa non può che accodarsi alle decisioni prese altrove per interessi diversi e poi intervenire per cercare di correggere le dinamiche messe in moto da queste iniziative, condividendo le responsabilità di scelte che vanno contro i suoi stessi interessi. Siamo nuovamente di fronte a un bivio di questo tipo.
Come ha detto l'onorevole Marcenaro, ci troviamo dinanzi alla scelta dell'accelerazione del processo di riconoscimento unilaterale a seguito della proclamazione di indipendenza del Kosovo, insostenibile se non fosse per la decisione di Washington ed illegale sul piano del diritto internazionale. Siamo di fronte a una entità che non ha alcuna caratteristica di statualità. Si vuole l'ulteriore coinvolgimento dell'Europa in questo processo e siamo di fronte a una missione PESD. Ha fatto bene la collega De Zulueta a dire che abbiamo bisogno, anche nella dinamica diplomatica, di interventi altrettanto decisi rispetto a quelli dei Paesi che hanno deciso di seguire una strada contraria alla stabilizzazione.
Del resto, non posso rassegnarmi al fatto che il Parlamento si limiti a dichiararsi portatore di auspici e non di iniziativa politica. Non penso che quando abbiamo votato e preso delle posizioni abbiamo semplicemente espresso la nostra speranza in un miracolo - come è stato detto - invece di agire perché la soluzione condivisa si potesse concretizzare. È ovvio che una posizione condivisa nel quadro internazionale significava bilanciare i fattori in campo e dare alla Serbia la possibilità di condividere un percorso. Si sarebbero dovuti trovare partner e relazioni diplomatiche in grado di sostenere una posizione che portasse ad un ripensamento da parte, prima di tutto, delle autorità kosovare e di chi li sponsorizza,


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ed isolasse la posizione statunitense. Dobbiamo dunque capire se il Parlamento e il Paese vogliono di nuovo prendere atto di iniziative altrui e poi intervenire per cercare di ridurre i disastri da queste provocate.
Anche l'onorevole D'Elia diceva - non so se in questo senso - che chi si assumerà la responsabilità di rompere la legalità internazionale e di introdurre una nuova, profonda ed assai pericolosa contraddizione all'interno del continente europeo deve farlo in maniera completa. Pertanto, dobbiamo agire perché questo non accada e anche insistere su una posizione che deve andare nell'interesse dell'Europa. L'Europa non può semplicemente adeguarsi a tutto quello che succede, ma deve imporre che gli standard di partnership siano quelli compatibili con un destino comune e una comune responsabilità nella sicurezza e nello sviluppo di questo continente.

ALÌ RASHID KHALIL. Condivido le preoccupazioni espresse dal sottosegretario, rispetto a una situazione di crescente destabilizzazione, peraltro già ribadite nei diversi interventi svolti dai colleghi. Condivido, in modo particolare, il quadro lucido e realistico presentato dall'onorevole Giorgetti.
Ci troviamo di fronte a una situazione anche imbarazzante per una forza di sinistra, come quella che rappresento in questa sede. In nome di una Europa che non c'è, non c'è neanche un ruolo italiano protagonista. Inoltre, vengono paralizzate anche le istituzioni democratiche che dovrebbero dare indirizzi di politica generale ed estera, come la Commissione e il Parlamento. Ogni giorno di più avvertiamo la frustrazione vissuta dal nostro partito e dalla maggior parte delle forze politiche. Soprattutto in politica estera, constatiamo una situazione sempre più destabilizzata. Penso al fatto che il partito di un personaggio come Hashim Thaci sia quello più votato in Kosovo.
Occorre una politica estera più decisa. In nome dell'Europa o dell'Alleanza atlantica, alla fine, ci troviamo senza politica estera mentre la situazione del mondo peggiora giorno dopo giorno. Per il nostro partito questa situazione sta diventando insopportabile, visti anche gli sviluppi che nel giro di qualche mese riguarderanno l'Afghanistan, l'Iran e gli altri punti di conflitto.

PRESIDENTE. Volevo aggiungere due parole, visto che abbiamo ancora qualche minuto. Come ricordavano il sottosegretario Crucianelli ed anche molti colleghi intervenuti, si può dire di essere di fronte a dati difficilmente modificabili per quanto riguarda gli orientamenti dei due protagonisti della discussione e del negoziato. Del resto, ne abbiamo avuto la conferma sul versante serbo nei colloqui dei giorni scorsi. Sul versante kosovaro, invece, la conferma più autorevole è arrivata dal voto, anche se la partecipazione inferiore al 50 per cento è la spia di qualche problema esistente all'interno della stessa opinione pubblica kosovara.
A vincere è stato Thaci, sostenitore delle posizioni più oltranziste nel corso degli anni, mentre è stato sconfitto il partito che fu di Rugova, l'uomo dei Balcani più mite e disposto all'apertura. Anche questo è un segno ed è chiaro che ha fatto presa la campagna di Thaci.
Le conseguenze negative di una scelta che andasse nella direzione di cui ha parlato il sottosegretario Crucianelli, ovvero l'indipendenza unilaterale del Kosovo, sono state sottolineate a più riprese. Credo che il Governo italiano, in sintonia con le preoccupazioni espresse dal Parlamento e dalla Commissione, si stia muovendo. È elevato il rischio di una Serbia per la quale si offuschi la prospettiva europea, collocandosi nella sfera di influenza russa. Inoltre, sono state ricordate le conseguenze per la Bosnia, una Bosnia che resta fragile per ragioni di fondo; tale fragilità potrebbe comportare anche rotture in presenza di una forzatura per quanto riguarda il Kosovo, anche se nei colloqui ci è sembrato che sulla questione bosniaca vi fosse molta prudenza, considerato quello che tale vicenda ha significato per la Serbia nella


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prima metà degli anni Novanta. Quindi, dire che agevoleremo una secessione, una rottura degli equilibri di Dayton non è facile: la memoria della tragedia occorsa negli anni Novanta è ancora troppo forte. Comunque, certamente i rischi sono quelli.
Tuttavia, vorrei che nell'ambito della nostra analisi, molto severa e preoccupata, sulle conseguenze di una scelta unilaterale che conducesse a quanto abbiamo detto, tenessimo presente anche altri aspetti di questo quadro così tormentato,.
Da un lato - almeno così a me pare - suscita preoccupazione (e non può non farlo in chi ha a cuore un equilibrio stabile) la politica condotta dalla Russia. Non possiamo non discuterne e non prenderla in considerazione. Si corre, infatti, il rischio di una regressione della politica russa, di cui abbiamo avuto alcuni segnali nel corso dei questi ultimi due anni. In questo rischio di regressione vedo anche le responsabilità dell'Occidente, anzi mi sono molto chiare, a cominciare dalla questione missilistica. Tuttavia, è indubbio che la condotta di Putin e della Russia è preoccupante, anche sugli assetti del Kosovo. Non si proclama il ricorso al veto con tanta facilità!
Dobbiamo dare un quadro equilibrato della situazione, pur mantenendo la nostra preoccupazione, contenuta nei documenti approvati dal Parlamento. Pertanto, non dobbiamo del tutto escludere dalla nostra riflessione le profonde ragioni storiche che hanno portato al conflitto irriducibile tra albanesi, kosovari e serbi in Kosovo. Altrimenti, verrebbe meno una parte della vicenda dei Balcani, almeno per quanto riguarda le relazioni tra Belgrado e Pristina. L'abisso scavato tra albanesi e serbi non è colmabile con una proclamazione di buoni principi. Lo sanno anche i serbi di Belgrado che le cose stanno così e che si tratta di un abisso non colmabile.
D'altro canto, sapevamo nel 1996 - forse già nel 1994 e certamente era noto nel 1999 - che ormai la leadership albanese del Kosovo era completamente orientata in una certa direzione. In aggiunta vi erano le posizioni «ultrà» di Thaci, Haradinaj e dei gruppi dell'UCK. Lo stesso Rugova non avrebbe mai ottenuto il 48 per cento alle prime elezioni tenute in Kosovo se avesse proposto di tornare nell'ambito della Repubblica serba. Rugova era a favore dell'indipendenza, che lui stesso nei colloqui poneva come condizione. Ma Rugova era anche l'interlocutore dell'Occidente, l'uomo più mite e culturalmente più aperto all'Europa e all'Occidente.
La nostra posizione è molto chiara: siamo a favore della prosecuzione del negoziato e perché si giunga ad un esito condiviso. Non vogliamo che si mortifichi Belgrado; tuttavia nel sostenere le nostre posizioni e le nostre preoccupazioni dobbiamo avere un quadro che tenga conto di tutti i soggetti e dell'andamento delle vicende.
Nel nostro documento abbiamo messo l'accento su due aspetti, in primo luogo l'impegno affinché le scelte relative al futuro status del Kosovo avvengano in un contesto pacifico, su basi di condivisione. Ciò voleva dire che avremmo affidato la decisione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quindi, il nostro problema non era tanto quello dell'indipendenza (può darsi che tra di noi vi fosse distinzione in merito), quanto il modo con cui giungere a questo status. Il nostro obiettivo era quello di una risoluzione dell'ONU e di basi condivise. La questione da noi sollevata è proprio questa e da essa trae origine la nostra preoccupazione.
In secondo luogo, l'altro punto importante è far sì che il futuro status del Kosovo garantisca la piena attuazione dei principi dello Stato di diritto, del rispetto degli standard europei e delle minoranze. Si tratta di un aspetto su cui va speso il nostro impegno, che in ogni caso permane, compresa la preoccupazione nei confronti della lotta alla criminalità. Sono questi gli aspetti su cui dobbiamo continuare ad insistere, qualunque sia l'evoluzione della vicenda.
A me pare che il Governo italiano si stia muovendo verso questa direzione. Poi


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vedremo come andranno le cose; può darsi che fallisca anche l'ultimo round di negoziati (le ultime due sedute), anche se il rappresentante europeo ieri ha rilasciato una dichiarazione in cui si dichiarava più ottimista in merito alla ripresa di un filo negoziale. In ogni caso nelle sedi europee, nelle relazioni bilaterali, nei rapporti con gli Stati Uniti dobbiamo segnalare il nostro punto di vista.
Vedremo cosa farà l'Unione europea e non i singoli Stati dell'Unione. Noi dobbiamo lavorare per far sì che si muova l'Unione europea nel suo complesso, anche perché si tratterà di una missione PESD. Allora sia l'Unione europea nel suo complesso a parlare. Dovremo evitare che a muoversi siano i singoli Stati. Non so se questo sarà possibile perché le cose non dipendono da noi.
Si è detto genericamente che alcuni Stati sosterranno la dichiarazione di indipendenza. Ma non si tratta di Stati qualsiasi - ad esempio la Slovacchia - ma degli Stati Uniti d'America. L'evoluzione di cui stiamo parlando sarà quella in cui prenderanno posizione soggetti fondamentali, per cui dobbiamo fare in modo che sia l'UE a pronunciarsi.
Noi continueremo in tutte le forme possibili a far presente la nostra posizione, ovvero quella che ho ricordato e che condivido per intero. Vediamo gli sviluppi della situazione e lavoriamo perché sia l'Unione europea nel suo complesso a prendere posizione, evitando, come accadde agli inizi degli anni Novanta, che siano i singoli Stati - prima la Germania e poi gli altri - a riconoscere l'indipendenza. Facciamo in modo che sia l'Unione nel suo complesso ad esprimere valutazioni e poi vedremo lo sviluppo della situazione.
È noto che l'Italia ha sostenuto la prosecuzione dei negoziati. Lo abbiamo detto «in tutte le salse» e continueremo a dirlo.
Con il mio intervento intendevo solo contribuire a delineare un quadro che tenesse conto di tutti gli aspetti di questa complessa situazione.
Do la parola al sottosegretario Crucianelli per la replica.

FAMIANO CRUCIANELLI, Sottosegretario di Stato per gli affari esteri. Rispondo brevemente, non avendo molto tempo a disposizione, anche se le questioni sollevate sono numerose e alcune di ambizione generale.
Credo che sarebbe opportuno svolgere una riflessione generale sulla politica estera, come diceva l'onorevole Rashid. Dovremmo fare un bilancio della situazione, dei processi in corso e degli enormi problemi sul campo. Credo si tratti di una richiesta più che legittima che sarebbe opportuno avanzare.
Vorrei dire all'onorevole Rivolta, il quale non era presente, che la posizione della Repubblica Srpska è molto chiara; tuttavia, anche in quel caso è difficile stabilire dove alle parole corrispondano le reali intenzioni. Dodik, il rappresentante massimo della Repubblica Srpska, a fronte delle accuse di essere fondamentalmente teleguidati da Mosca e da Belgrado, sostiene infatti che non vi è alcuna intenzione di collegarsi alle posizioni sostenute da altri, ma che ci si muove autonomamente. Fatto sta che la situazione interna in Bosnia si sta radicalizzando di giorno in giorno, sviluppo che si può prestare a varie interpretazioni. Ad ogni modo, oltre alle preoccupazioni sulle conseguenze dell'assetto in Kosovo e alle rivendicazioni delle ragioni di Belgrado, non è stata fatta alcuna affermazione esplicita che legasse gli sviluppi in Kosovo a quelli nella Repubblica Srpska.
Tra le varie domande poste, è stato chiesto se sia possibile andare oltre il 10 dicembre. Nel corso di tutti questi mesi - e devo dire che senza una nostra iniziativa non sarebbe stato neanche possibile avere una ulteriore fase di negoziato - abbiamo sostenuto che si dovesse trattare fino all'ultimo secondo. Tuttavia, al momento, credo che sia difficile pensare che si andrà oltre il 10 dicembre. Per come ho ascoltato, visto e interpretato le posizioni sul tavolo, mi pare molto difficile che la richiesta, pure avanzata da qualche settore,


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di andare oltre quella data, venga soddisfatta. La vedo molto lontana dalla realtà.
Allo stesso modo, non mi pare che le ultime proposte avanzate dai serbi, che vanno dal modello di Hong Kong a quello delle isole Aland, abbiano sbloccato il negoziato che continua a restare molto «sospeso» fra le autorità serbe e quelle kosovare. Come il presidente, anche io spero che nel corso di questi ultimi dieci o quindici giorni si possa avere un salto di qualità, ma è legittimo nutrire un sano pessimismo rispetto alla situazione che si è venuta a determinare.
Vorrei svolgere soltanto una considerazione. Credo che dopo il 10 dicembre, prima di Natale, dovremmo avere un ulteriore momento di incontro e di indirizzo. L'onorevole Giorgetti ha annunciato di aver presentato una mozione alla Camera; quindi immagino che vi sarà una discussione tempestiva, alla luce del quadro definitivo che emergerà da questo negoziato.
All'onorevole Rivolta vorrei dire che né chi vi parla, né il Governo hanno subìto la mozione approvata dalla Commissione. Anzi, vi è stato un pieno riconoscimento del Governo in quell'atto, interpretato nell'unico modo politicamente e diplomaticamente serio e non propagandistico. Tanto nelle sedi internazionali, quanto nelle riunioni ristrette, abbiamo sostenuto in primo luogo che la questione serba dovesse avere una sua centralità. Quando parlo di centralità, intendo dire che era necessario evitare il rischio - peraltro, voi conoscete bene, anche dall'interno, il sentimento e le ragioni politiche dei serbi - di una nuova umiliazione nei confronti di questo popolo. In particolare, era necessario tenere aperta - perché questa non era una contropartita, ma il forte messaggio che bisognava dare alla Serbia - la porta dell'Europa, anche in assenza di alcune ottemperanze, che ancora oggi dobbiamo rilevare, sulla vicenda del tribunale dell'Aia. Devo dire all'onorevole Rivolta che se si è arrivati alla firma della parafatura, se il capitolo serbo è rimasto sempre aperto nelle sedi europee, questo, in gran parte, lo si deve all'iniziativa italiana, che ha poi avuto altre convergenze e possibilità di interlocuzioni. Senza questa iniziativa, probabilmente tale capitolo sarebbe stato messo ai margini.
A riprova di quanto dico, basterebbe fare riferimento alle discussioni tenute al Consiglio dei ministri di Bruxelles - alle quali ho partecipato direttamente almeno due volte, in sostituzione del ministro D'Alema - alla presenza dell'inviato speciale Ahtisaari. In quelle occasioni, ancora una volta, abbiamo posto la questione della necessità della convergenza ed esposto garbatamente - come la diplomazia e la politica richiedono in quelle condizioni - le nostre perplessità sulla relazione presentata. Del resto, nessuno, noi compresi, aveva interesse a indebolire la posizione di Ahtisaari. Quindi, abbiamo sempre sottolineato che lo sforzo poteva e doveva essere un altro rispetto a quel tipo di proposta finale.
Abbiamo cercato di interpretare la mozione, condivisa fino in fondo, nelle uniche due maniere possibili: sostenere la prospettiva e la proiezione europea della Serbia e allo stesso tempo l'apertura di spazi di negoziato fra la Serbia e il Kosovo. Abbiamo evitato, come ricordava il presidente, di entrare nel merito della questione relativa all'indipendenza e alla risoluzione 1244, perché questo avrebbe immediatamente aperto un altro tipo di discussione. Il Governo, quindi, ha assunto questo tipo di iniziativa, in coerenza con le posizioni che la Commissione ha espresso.
Il problema, cari colleghi, nasce molto prima e mi auguro che un giorno svolgeremo una riflessione seria e - spero - unitaria. Nel corso degli anni passati questa situazione e questa pianta sono state lasciate crescere. Noi siamo arrivati proprio nel finale di partita. Quando abbiamo intrapreso questa iniziativa, che la Commissione ha sollecitato con tanta forza, ormai gran parte del percorso era stato compiuto e gran parte delle rivendicazioni di Pristina erano state garantite. Questo è


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il problema con il quale ci siamo scontrati, che ha reso la situazione attuale ampiamente compromessa.
Ha ragione il presidente Ranieri a ricordare che lo stesso Rugova qualche anno fa parlava di indipendenza, quando la questione era sul tavolo, ma in un contesto internazionale ancora fresco degli accordi postbellici del 1998. Allora forse si poteva seguire un'altra strada e concordare con le due parti un percorso politico e istituzionale diverso, nell'ambito del diritto internazionale. Credo che si siano perse delle occasioni e del tempo e che quindi siamo arrivati alla fine, quando ormai gran parte dei giochi erano stati consumati.
Siccome la speranza è l'ultima a morire, mi auguro che possa esservi la consapevolezza, da parte sia dei serbi sia dei kosovari, che in questa partita tutti hanno qualcosa da perdere. Infatti, se il Kosovo dichiara la sua indipendenza, lo fa in un contesto di conflittualità esplicita nei confronti della Serbia e allora il suo futuro non sarà una passeggiata. Se le autorità kosovare hanno questa percezione, a mio parere, dovrebbero anche aprirsi a una discussione diversa con la Serbia, che resta comunque un Paese vicino. La Serbia non sparirà dopo il 10 dicembre, e con essa dovranno fare i conti. Peraltro, le strade che vanno a nord passano per la Serbia; esiste proprio un legame geografico, oltre che storico, tra questi Paesi. Nutro quindi ancora qualche speranza, sebbene, dopo essere stato in quei luoghi qualche giorno fa, debbo dire che non ho avuto la percezione di una fiammella che si accendeva.
Detto questo, se dovessimo trovarci di fronte al quadro indicato, avremmo a che fare con problemi nuovi. È per questo motivo che, a mio avviso, occorre prevedere una nuova discussione; dobbiamo ragionare tenendo presente il nuovo quadro che ci troveremo dinanzi.
Capisco le obiezioni dell'onorevole Venier, a proposito della risoluzione 1244, delle compatibilità con il diritto internazionale, della sovranità che la Serbia aveva perso ormai da tempo immemorabile sul Kosovo, ma seguendo questa via si apre un'altra discussione.
I problemi che avremo dinanzi sono due. Il primo è come evitare che scatti un meccanismo incontrollabile. Non c'è niente da fare: il rischio più grande è che si dia il via ad una instabilità che contagi rapidamente l'insieme dei Balcani. Questa è la prima questione.
In secondo luogo - fatto che all'Italia preme in modo speciale - è importante che il Kosovo possa essere un Paese nel quale la promiscuità fra criminalità e istituzioni venga il più possibile respinta. I primi a essere interessati a una seria missione europea in Kosovo siamo noi italiani. Siamo noi che dobbiamo sollecitare un intervento militare, e non solo, che possa garantire una evoluzione di quel Paese. Infatti, se dovesse diventare un luogo nel quale il controllo sull'economia, sulla società, sulla politica viene effettuato da forze «eversive», i primi a pagare un prezzo carissimo saremmo noi. Questo è l'altro problema che abbiamo e che è legato a quello di come garantire la sicurezza dei kosovari e la nostra. Questo è il contesto sul quale dobbiamo ragionare.
A quel punto, come diceva anche il presidente Ranieri, credo che la priorità sarà il pieno coinvolgimento dell'Unione europea. Saremo i primi a essere interessati, perché si arrivi ad avere una posizione unitaria da parte europea. Per gli svedesi o per chi abita a Cipro il discorso è diverso, ma per andare da Sarajevo a Roma sono necessari 50 minuti. Il viaggio da Roma a Belgrado o a Pristina si compie in un'ora. Questa è la distanza che passa tra noi e questi territori, simile a quella tra Palermo e Milano. Pertanto, siamo noi, e non chi si trova a Cipro o in Svezia, ad essere i più interessati ad una soluzione europea, per evitare che in quelle zone si apra il «vaso di Pandora», di cui pagheremmo noi in primo luogo le conseguenze. Questo è il contesto entro il quale dobbiamo ragionare sui problemi che si porranno.


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In questa fase, non posso esprimere la mia opinione personale, tuttavia non vorrei che la discussione prendesse una china che ci faccia perdere di vista i due punti fondamentali cui occorre invece prestare attenzione. Mi riferisco alla necessità di evitare che si inneschi un meccanismo distruttivo per i Balcani e di salvaguardare la sicurezza dei kosovari nonché quella del nostro Paese.
Ritengo che sulla base di queste considerazioni dovremmo svolgere una discussione.

PRESIDENTE. Dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 11,35.