COMMISSIONI RIUNITE
III (AFFARI ESTERI E COMUNITARI) - XIV (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA) DELLA CAMERA DEI DEPUTATI E 3a (AFFARI ESTERI, EMIGRAZIONE) - 14a (POLITICHE DELL'UNIONE EUROPEA) DEL SENATO DELLA REPUBBLICA

Resoconto stenografico

AUDIZIONE


Seduta di giovedý 20 settembre 2007


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PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DELLA XIV COMMISSIONE DELLA CAMERA DEI DEPUTATI FRANCA BIMBI

La seduta comincia alle 8,35.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso l'attivazione di impianti audiovisivi a circuito chiuso e la trasmissione sul canale satellitare della Camera dei deputati.

Audizione del Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per le relazioni istituzionali e la strategia di comunicazione, Margot Wallström, su attualità e prospettive del ruolo dei Parlamenti nell'Unione europea.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'audizione del Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per le relazioni istituzionali e la strategia di comunicazione, Margot Wallström, su attualità e prospettive del ruolo dei Parlamenti nell'Unione europea.
Ringraziamo fortemente il commissario Wallström per la sua disponibilità ad incontrarci oggi. L'audizione costituisce un momento di particolare rilievo, perché la delicatezza delle materie di competenza della vicepresidente Wallström si combina con una fase piuttosto delicata dell'attuale processo di riforma dei trattati e di ridefinizione delle politiche europee, anche a seguito del processo di allargamento a 27 Paesi.
Do la parola al vicepresidente della Commissione europea Margot Wallström, affinché svolga il suo intervento introduttivo, con particolare riferimento al ruolo dei Parlamenti nell'Unione europea.

MARGOT WALLSTRÖM, Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per le relazioni istituzionali e la strategia di comunicazione. Signor presidente, onorevoli parlamentari, vi ringrazio, per essere venuti così presto a questo incontro. Grazie anche per l'invito a partecipare all'audizione odierna e per questa possibilità di scambio con le Commissioni congiunte di Camera e Senato.
Le questioni che vorrei affrontare sono tre e rivestono tutte una grande importanza nell'agenda europea. Esse riguardano: il ruolo dei Parlamenti nazionali, che senz'altro vi vede come soggetti interessati; le iniziative che presenterà la Commissione per l'anno prossimo; il trattato di riforma.
Comincio il mio intervento, affrontando un tema di attualità. Solo ieri la Commissione ha deliberato in ordine a un pacchetto di misure energetiche, interessanti per tutta l'Unione europea, ma anche per il resto del mondo. La finalità di tale pacchetto è quella di garantire la sicurezza degli approvvigionamenti, tema che sarà sempre più urgente, vista la nostra dipendenza dall'importazione di energia. Il pacchetto di provvedimenti energetici, inoltre, ci aiuterà a produrre risultati sul fronte del cambiamento climatico.
La politica energetica, infatti, è un elemento centrale, per poter passare all'uso di fonti di energia rinnovabile e a un utilizzo più efficiente dell'energia in Europa.
Vogliamo altresì garantire la possibilità di ridurre i prezzi, con una migliore


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tariffazione dell'energia quindi, garantendo un mercato interno per l'energia e la libera concorrenza nel settore.
Questo è lo scenario a monte delle proposte concrete sullo spacchettamento, l'unbundling, della distribuzione e generazione di energia e la divisione di queste due attività. Lo scopo è anche quello di controllare il sistema di trasmissione dell'energia in Europa e non consentire a chicchessia di chiudere il rubinetto. Pertanto, alcune delle disposizioni sono anche volte a controllare gli interessi dei Paesi terzi in ambito energetico.
Tutto ciò è conforme all'impostazione complessiva della Commissione Barroso, che ha tre finalità fondamentali: garantire la prosperità in Europa, quindi favorire crescita e occupazione; dar prova di solidarietà, sia a livello interno, che nei confronti del resto del mondo e garantire la sicurezza. Quest'ultimo obiettivo spazia dalla lotta al terrorismo, al far fronte a disastri e catastrofi provocate dall'uomo, o prettamente naturali. Il cambiamento climatico e l'energia, quindi, sono saliti nelle scala delle priorità.
Dico questo per delineare il contesto generale dei temi in esame, che credo sia interessante per rendervi conto delle nostre iniziative più recenti. Ovviamente, sono disponibile a rispondere a eventuali domande anche su questo argomento.
La settimana scorsa abbiamo discusso dell'assestamento, della revisione del bilancio dell'Unione. In un mondo così fluido, in continuo cambiamento, dobbiamo far sì che il nostro bilancio sia conforme alle priorità politiche. Dobbiamo, quindi, armonizzare i finanziamenti con le priorità politiche, garantire la trasparenza del bilancio e adeguarci a un'Europa formata da 27 - e speriamo anche più - Paesi membri.
In uno spirito di grande apertura, quindi, la Commissione ha scelto un approccio ampio al dibattito. All'inizio, ci siamo limitati alla definizione dei quesiti, degli interrogativi, dei temi da trattare per preparare il terreno alla revisione del bilancio.
Le proposte della Commissione verranno presentate, infatti, solo tra la fine del 2008 e l'inizio del 2009, dopo il dibattito. Contiamo anche sul vostro apporto a questo dialogo, perché tali temi devono essere discussi a tutti i livelli, nazionale, regionale e locale.
Quanto al ruolo dei Parlamenti nazionali, per la prima volta la Commissione ha designato un commissario competente per i contatti con i Parlamenti nazionali. Da allora, abbiamo avviato diverse iniziative, in primis una serie di visite molto serrata. I commissari si sono recati in numerosi Stati membri, rafforzando la loro presenza nei Parlamenti nazionali, per un totale di oltre trecento visite effettuate.
Nel settembre dell'anno scorso, inoltre, la Commissione ha iniziato a trasmettere le sue nuove proposte e i documenti di consultazione ai Parlamenti nazionali, per poter poi avere un feedback da parte loro e migliorare la fase ascendente.
A tutt'oggi, abbiamo ricevuto oltre 103 pareri da ventitré Parlamenti nazionali su cinquantanove delle nostre proposte. Attualmente, stiamo valutando questo nuovo meccanismo di dialogo diretto con i Parlamenti nazionali.
A mio avviso, si tratta di un tema fondamentale, perché dare più voce ai Parlamenti nazionali è funzionale al tentativo di dare più voce ai cittadini. Del resto, come possiamo far sì che gli affari europei confluiscano direttamente nel dibattito politico, se non passiamo attraverso i Parlamenti nazionali, le tradizioni democratiche dei vari Stati membri e il sistema dei partiti dei vari Paesi? Questo non è pregiudizievole per il ruolo del Parlamento europeo. Non vedo un conflitto. Anzi, per concorrere ad un buon funzionamento dell'Unione e per poter ancorare i temi europei nell'agenda politica non soltanto europea, ma anche nazionale, questo è fondamentale.
Grazie al mandato convenuto nel mese di giugno dal Consiglio europeo, i Parlamenti nazionali potranno fruire di un maggior coinvolgimento nei lavori dell'Unione e potranno anche opporsi alle iniziative della Commissione.


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Nel testo del trattato verrà inserito un nuovo articolo che riconosce il ruolo complessivo dei Parlamenti nazionali, sottolineando anche il loro coinvolgimento nelle procedure di revisione dei trattati, nei meccanismi di valutazione delle politiche nei settori di libertà, sicurezza e giustizia, nonché nel controllo e nel monitoraggio politico di Europol e nella valutazione delle attività di Eurojust. Ai Parlamenti verranno altresì notificate le richieste di adesione all'Unione europea.
A mio parere, tutti i soggetti coinvolti beneficeranno di una maggior interazione dei Parlamenti in fasi precoci del procedimento.
In questo contesto, per la prima volta, la Commissione ha invitato i Parlamenti nazionali a esprimere i propri pareri sulla strategia annuale, per consentirci di preparare il nostro programma di lavoro. Questo è il secondo tema che tratterò nel mio intervento.
Il programma approvato l'anno scorso ha le stesse finalità di quello attuale. Vale a dire che esso si concentra su un numero limitato di nuove iniziative ben meditate, su tre temi trasversali importanti per l'anno prossimo: la lotta al cambiamento climatico e la messa a punto di una politica energetica per l'Europa; l'avanzamento della strategia di Lisbona rinnovata per la crescita e l'occupazione; la gestione dei flussi migratori verso l'Unione europea. Come tutti voi sapete, infatti, questo tema rimarrà prioritario.
Vorrei portarvi qualche esempio in proposito. Presenteremo delle iniziative concrete, dopo il riesame del mercato unico, per quanto riguarda i servizi finanziari al dettaglio e la protezione dei consumatori. Questo verrà fatto in particolare per consentire ai cittadini e alle imprese di usufruire di tutti i vantaggi del mercato interno.
Presenteremo, inoltre, un libro bianco su come adattarsi all'impatto negativo del cambiamento climatico e alcune iniziative per rafforzare la cooperazione con i Paesi produttori, consumatori e di transito per promuovere le energie sostenibili e l'efficienza energetica.
Per quanto riguarda la migrazione dei lavoratori, si intendono mettere in atto due iniziative, che ricomprendano anche i lavoratori stagionali e i tirocinanti retribuiti, ma anche una comunicazione sul futuro di una politica d'asilo comune.
Due grandi politiche, la politica agricola comune e quella di coesione, saranno oggetto di una riflessione strategica nel 2008. Faremo un check-up alla PAC e anche alla politica di coesione. La Commissione presenterà un documento che traccerà un bilancio dei risultati dei programmi di coesione.
Per quanto riguarda l'azione esterna, la Commissione negozierà un nuovo accordo di partenariato con la Cina. Anche lo status del Kosovo sarà uno dei temi centrali del nostro lavoro dell'anno prossimo.
Il 2009 è un anno speciale per le elezioni europee che coincidono con la fine del mandato dell'attuale Commissione. Il programma di lavoro, quindi, ricomprenderà tutte le iniziative legislative che verranno presentate fino alla fine del mandato.
Vorrei ora passare ad un altro tema fondamentale, ossia la revisione dei trattati. Secondo il parere della Commissione, il Consiglio europeo di giugno è stato un successo. Come ricorderete, non molto tempo fa, erano in pochissimi a credere nella possibilità di rilanciare il processo di revisione del trattato; il che comportava grosse divergenze di opinioni e un dibattito nervoso. Infatti, molti hanno dichiarato ufficialmente la morte del trattato costituzionale. Tuttavia, come diceva Winston Churchill, il successo è la capacità di passare da un fallimento a un altro senza perdere entusiasmo. Ebbene, forse questo è quello che è successo.
La presidenza tedesca è riuscita a far rientrare il convoglio sui binari, ma dobbiamo imbarcare su questo treno anche i cittadini. Questa è una sfida per tutti noi, per gli Stati membri, per le istituzioni europee, per i media. Tutti noi siamo chiamati a spiegare, a dialogare, ad ascoltare e anche a sostenere le nostre posizioni.


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Il mandato, ovviamente, è un compromesso, un testo che trova equilibri molto delicati tra interessi diversi, tra l'ambizione e il realismo. Quindi, alcuni dei cambiamenti approvati alla CIG del 2004 non sono stati ripresi e sono state concesse alcune deroghe a singoli Stati membri. Questo comporta una minore leggibilità del testo. Allo stesso modo, la tecnica tradizionale di emendare i trattati vigenti, ovviamente, non va a vantaggio della leggibilità. In realtà, penso che la sostanza possa essere in qualche maniera difesa. Questo nuovo mandato contiene, infatti, molti elementi positivi. Getterà le basi, a mio avviso, per istituzioni più moderne e più trasparenti per l'Unione allargata, con nuove norme che rafforzeranno e daranno nuovo afflato alla legittimità democratica. Si definirà un ruolo più ampio e più incisivo per il Parlamento europeo, trasparenza dei lavori del Consiglio, si avrà un maggiore ricorso alla codecisione, dunque più decisioni adottate a maggioranza qualificata e una più chiara ripartizione delle competenze. Oltre a ciò, interviene un'innovazione, ossia l'iniziativa popolare.
Ancora, ci sarà una carta dei diritti fondamentali dell'Unione, non un testo meramente declaratorio quindi, ma con valore giuridico. L'Unione potrà anche parlare con una sola voce sulla scena globale e - speriamo - meglio tutelare gli interessi europei.
Il quarto aspetto positivo di questo trattato di riforma riguarda i vari settori di intervento. Il mandato, infatti, consente all'Unione di accelerare il proprio processo decisionale, di decidere in maniera più coerente nei settori di libertà, sicurezza e giustizia, rafforzando anche la base giuridica per far fronte ai problemi della politica energetica e del cambiamento climatico.
Il mandato attualmente viene trasfuso in una bozza di testo e, a quanto ci risulta, il lavoro degli esperti legali e dei giuristi è incoraggiante, procede bene. Anche gli Stati membri danno prova di un atteggiamento costruttivo e di una volontà comune di rispettare la tabella di marcia. Quindi, si spera di poter concludere la procedura nel vertice di ottobre.
Ora dobbiamo comunicare con i cittadini. Questo, infatti, è uno degli insegnamenti degli ultimi tre anni. Il nuovo trattato comporterà molti vantaggi per i cittadini: più democrazia, più coerenza, più efficienza. Nostro dovere comune è spiegare queste cose.
Sono convinta del fatto che, quando avremo un nuovo trattato, lo dovremo rendere, quanto più possibile, accessibile e leggibile. Dopo le conclusioni della CIG, inoltre, dovremo produrre in tempi brevi un testo unico che aiuterà l'opinione pubblica a leggere, comprendere e sostenere il trattato.
Speriamo che le procedure di ratifica siano rapide in tutti gli Stati membri.
Naturalmente, spetta a loro deliberare in ordine alle proprie procedure di ratifica conformemente ai dettati costituzionali. Ad ogni modo, a prescindere dalle procedure nazionali che ciascuno Stato membro deciderà di utilizzare, sono convinta che a tutti noi interessi un buon andamento della procedura per consentire al trattato di entrare in vigore prima delle elezioni europee del 2009.
Vi ringrazio per avermi ascoltato così a lungo. Sono a vostra competa disposizione per tutte le domande che vorrete pormi.

PRESIDENTE. Ringrazio la vicepresidente Wallström. Credo che il suo intervento possa essere definito appassionato e capace di sottolineare punti assolutamente cruciali, senza alcuna concessione alla retorica. Anche questo è una buon esempio di comunicazione che dobbiamo apprezzare.
Do ora la parola ai colleghi che intendano intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.

SANDRO GOZI. Signor presidente, innanzitutto volevo congratularmi con il commissario Margot Wallström per l'eccellente lavoro che sta svolgendo a Bruxelles e per lo sforzo che sta compiendo, visitando regolarmente tutti i Parlamenti


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d'Europa proprio per dimostrare quanto la Commissione debba avvicinarsi alla dimensione nazionale. Questo mi sembra un fatto molto positivo.
Volevo analizzare, in particolare, tre punti legati all'intervento del commissario, il primo dei quali riguarda le complementarietà tra Parlamento europeo e Parlamento nazionale. Tali complementarietà certamente, come lei stessa indicava, vanno rafforzate anche in maniera strutturata.
Al momento stiamo aumentando le occasioni di contatto e di dialogo, ma mi sembra che vi siano dei settori dell'Unione europea - penso in particolare al settore della sicurezza dove si assiste alla crescita ormai esponenziale di iniziative politiche e in parte legislative - che oggi parzialmente sfuggono sia al controllo del Parlamento europeo, per le questioni di competenza e per certi settori, sia a quello dei Parlamenti nazionali.
A mio parere, in alcuni settori occorre sviluppare forme di cooperazione strutturata tra le Commissioni competenti del Parlamento europeo e le Commissioni o gli organi competenti del Parlamento nazionale. Mi riferisco alla cooperazione di polizia, alla questione dei dati - ormai di attualità in tutti i Paesi membri - nonché all'esperienza, non positiva dal punto di vista parlamentare, del negoziato sui dati dei passeggeri delle compagnie aeree tra Unione europea e Stati Uniti. Da questo punto di vista, c'è una iniziativa che mira allo scambio di informazioni tra Parlamenti, l'IPEX. Su questo volevo chiedere al commissario quando la Commissione comincerà a provvedere alla trasmissione dei documenti secondo i criteri di classificazione richiesti per uno scambio efficace.
Per quanto riguarda le priorità cui lei faceva riferimento nell'azione esterna, il capitolo della Commissione Barroso punterà molto sull'area dei Paesi vicini. Mentre nel Mediterraneo opera un'assemblea euromediterranea che, a mio parere, andrebbe rafforzata e fatta conoscere di più e meglio ai cittadini, mi sembra che ad est le forme di cooperazione con i Parlamenti dei cosiddetti Paesi vicini debbano essere rafforzate. Vorrei sapere come la Commissione vede questo aspetto.
L'ultimo punto, strutturato in due parti, è legato al trattato. Capisco il ruolo del commissario, ma non sono totalmente d'accordo sul fatto che il vertice di giugno si sia rivelato un successo. Abbiamo salvato i mobili - per usare una metafora utilizzata dai nostri amici francesi - ma purtroppo sono in una casa comune che non è quella che avevamo in mente. Quello che è emerso chiaramente in giugno è che lo spirito comunitario, al momento, non esiste più. Noi italiani, insieme alla Commissione europea, ci dovremo impegnare fino al 2009 per riattivare soprattutto questo aspetto, mancato al vertice di cui sopra. Anche citando Churchill, non vedo in questo periodo un grande entusiasmo tra coloro che vogliono approfondire l'integrazione europea.
Quanto agli altri aspetti da lei sottolineati, avremo da svolgere un lavoro difficilissimo perché il trattato è illeggibile già per noi che ce ne occupiamo tutti i giorni e che a volte siamo affetti da un certo masochismo; infatti, bisogna proprio essere masochisti per passare le ore a tentare di capire cosa è scritto nella note, sottonote e footnotes del trattato di giugno. Credo sia fondamentale rendere comprensibile ai cittadini il testo, visto che in più Paesi si voterà per il referendum. Tremo all'idea di un cittadino - che ovviamente ha altro a cui pensare e che non legge gli articoli dei giornali - che deve capire se deve rispondere «sì» o «no» al testo di giugno. Da questo punto di vista il contenuto, in parte, esiste, ma non credo che basterà.
Se è vero che, per ora, dobbiamo ratificare il trattato e quindi mettere una parentesi al dibattito istituzionale e concentrarci sull'energia, sul cambiamento climatico, sulle questioni su cui vi è una attesa da parte dei cittadini e su cui l'Europa può apportare un valore aggiunto, potrebbe essere opportuno fissare una clausola di rendez-vous per verificare se alla fine della prossima legislatura, nel 2014, questa riforma istituzionale sarà


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risultata sufficiente e se veramente risponderà a tutte le esigenze dell'Europa, oppure se non sarà il caso di riaprire, dal 2014 in avanti, con gli altri Paesi che entreranno nell'Unione europea, la questione della riforma istituzionale.
Un ultimo punto, legato al precedente, riguarda la questione del Regno Unito che ormai, secondo me, è una questione politica aperta. L'atteggiamento adottato dal Regno Unito a giugno, infatti, è totalmente inaccettabile dal punto di vista europeo. Il Regno Unito è il principale responsabile della perdita di spirito comunitario e mi sembra che Londra sia orientata verso un modello norvegese. La proliferazione di opting out che Londra chiede in ogni settore, addirittura sancite sulla Carta, sta mettendo il Regno Unito in una posizione incerta tra quella di Stato membro e quella di un Paese come la Norvegia associato allo spazio economico europeo. Quella inglese potrebbe anche essere una soluzione per tirarsi fuori, ma quello che la Commissione non può accettare è che - si veda la nuova clausola di cooperazione rafforzata - gli inglesi negozino un testo, facciano di tutto per diluirne la portata comunitaria e poi, magari alla fine, si tirino addirittura fuori, chiamando l'opting out. Questo atteggiamento, consentito dal nuovo trattato, a mio parere è totalmente inaccettabile. La Commissione, come guardiana dei trattati, deve vegliare affinché questo non accada.

ANGELO PICANO. Signor presidente, vorrei anch'io ringraziare la vicepresidente Wallström per l'esposizione chiara e appassionata di alcune idee che dovrebbero guidare i rapporti tra Unione europea e Parlamenti nazionali.
A tal proposito non so se all'Unione europea abbiano già pensato - proprio per favorire lo spirito di coesione in Europa, ma anche per abituarci a dibattere in contemporanea ai grandi temi che ci interessano - a far sì che alcuni punti qualificanti del programma dell'UE possano essere discussi in contemporanea da tutti i Parlamenti nazionali, in modo da avere una sorta di concerto che consenta ai mezzi di informazione contemporaneamente in tutta Europa di trattare temi come, ad esempio, quello dell'energia. In tal modo si avrebbe una sensazione plastica di quanto accade in tutta l'Unione.
Inoltre, desidero rilevare che il trattato è stato respinto da alcuni referendum popolari, mentre le cose sono andate molto più tranquillamente quando esso è stato ratificato dai Parlamenti. Ebbene, per il futuro dovrete scegliere la strada della ratifica dei Parlamenti, tenendo presente soprattutto le motivazioni che possono essere state alla base del rigetto del trattato da parte di popoli. La mia sensazione è che i cittadini abbiano avvertito maggiormente nell'Unione europea un'istituzione in grado di garantire le liberalizzazioni più che le garanzie dello Stato sociale. Insomma, ritengo che si sia avvertita la sensazione che il proseguimento del processo di unificazione non garantisse quelle conquiste sociali che i popoli dell'Europa sono riusciti a raggiungere. D'altra parte, è anche plausibile che la comunicazione sia stata insufficiente in proposito e più accentuata in merito al dibattito sulle liberalizzazioni e sulla snellezza delle procedure. Da ciò deriva una maggiore estraneità rispetto ai processi che poi danno vita al trattato. Quindi, una ratifica solo parlamentare certamente permetterebbe una discussione più serena, più ampia e anche più consapevole da parte delle classi dirigenti in merito alle decisioni da assumere.

ENRICO PIANETTA. Signor presidente, anche io desidero ringraziare la vicepresidente Wallström alla quale rivolgo una domanda semplice. Lei, quasi alla fine del suo intervento, ha evidenziato l'importanza della comunicazione ai cittadini. Questo è sicuramente un momento fondamentale per dare ulteriore impulso al grande processo dell'Unione europea.
Come intendete comunicare con i cittadini? Quali sono gli eventuali punti qualificanti di questa comunicazione? Quali possono essere, in tal senso, le funzioni dei Parlamenti nazionali?


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FRANCESCO STAGNO d'ALCONTRES. Signor presidente, vorrei innanzitutto ringraziare la vicepresidente Wallström per la sua relazione.
Al di là delle difficoltà che vi sono nel collegare il trattato alla volontà dei cittadini europei, fra gli Stati fondatori vi è sempre una certa diversità di atteggiamento emersa in Francia e nel Regno Unito. Giustamente il collega Gozi sosteneva che la soluzione inglese dell'opting out non può essere perseguita nel tempo e va chiarita nelle opportune sedi in modo definitivo. Le diversità, legate a fatti economici e finanziari, allontanano ancor di più l'istituzione dai cittadini.
L'Europa è un sistema economico e finanziario, però allo stato delle cose non è un sistema sociale. Credo che sia proprio questo il problema principale. A Berlino, durante la Conferenza della COSAC, ho riscontrato una particolare attenzione nei riguardi delle problematiche legate ai Paesi membri dell'est. Tuttavia, alla richiesta di particolare attenzione, anche se strutturata in modo diverso, avanzata dai Paesi membri dell'area mediterranea (area importante che in questo momento subisce una particolare - chiamiamola erroneamente così - «aggressione» dei flussi migratori e che dovrebbe essere di grande propulsione e attenzione per i Paesi dell'area mediterranea non membri dell'Unione europea, vale a dire quelli maghrebini) nulla è seguito. Rammento che l'Europa è nata non per creare confini, ma per andare oltre e sviluppare rapporti importanti anche con aree estranee alla nostra. Nel redigere un testo, un documento che regoli la nostra Unione europea, occorre prevedere particolare attenzione a queste problematiche che, a mio giudizio, sono fondamentali dal momento che fanno parte del progetto della strategia di Lisbona la quale si occupa oltre che di occupazione e di cambiamenti climatici, anche dei flussi migratori. È importante, dunque, prevedere una serie di norme che possano farci guardare a questi Paesi e all'area mediterranea come ad un'area di sviluppo. A Berlino ho notato su questa segnalazione, tra l'altro fatta da tutti i Paesi dell'area mediterranea (Portogallo, Spagna, Italia, Cipro, Malta e Grecia), una certa chiusura.

ANDREA MANZELLA, Presidente della 14a Commissione del Senato. Signor presidente, la vicepresidente Wallström ha fatto, in realtà, un'esposizione di politica generale dello stato dell'Unione che meriterebbe una discussione molto più ampia di quanto i parlamentari presenti abbiano la possibilità di fare, specialmente i senatori, chiamati al Senato fra pochi minuti. Mi limiterò, comunque, a tre punti fondamentali.
In primo luogo, lei, vicepresidente Wallström, ha parlato della questione di attualità, vale a dire la questione dell'energia con la decisione importante della separazione delle reti. Ebbene, mi chiedo se e quanto questa decisione possa incontrare adesioni proprio in alcuni Parlamenti nazionali. Noi abbiamo il seguente limite: quando diciamo che i Parlamenti nazionali colmano il deficit democratico, affermiamo il vero, tuttavia esiste anche il rovescio della medaglia. Infatti, vi è la possibilità di rinazionalizzazione di politiche che invece devono essere, come nel caso dell'energia, decise a livello di Unione. Quindi, soprattutto l'ambiguità che esiste nel nuovo trattato tra principio di sussidiarietà e principio di proporzionalità deve essere risolta senza falsi adattamenti, mediante la riaffermazione della necessità di una politica dell'Unione anche di fronte a quei tentativi visibili di organizzazione.
Il collega parlava della COSAC, dei Parlamenti nazionali e dell'organizzazione dei quorum attraverso una burocrazia che si colloca nel segretariato della COSAC. Raggiungere il quorum di un terzo o il quorum previsto della maggioranza dei Parlamenti nazionali per bloccare le politiche dell'Unione europea è molto più facile nella burocrazia della COSAC che Parlamento per Parlamento. Questo è un pericolo ed è bene che un Parlamento nazionale come il nostro lo segnali, dato che noi siamo attenti a tutte le forme di cooperazione interparlamentare.


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Ad esempio, poc'anzi il collega Gozi segnalava il problema della sicurezza. Per quanto riguarda la PESD, il protocollo sui Parlamenti nazionali ha operato un'apertura nei confronti di conferenze congiunte fra Parlamento europeo e Parlamenti nazionali. In questo caso, sono i Parlamenti nazionali che allargano le competenze del Parlamento europeo non previste in questa materia. Esistono, quindi, alcune possibilità.
Ci tengo a ricapitolare le questioni da me poste: la prima riguarda il principio di sussidiarietà come pericolo e non come opportunità, la seconda attiene al problema della cooperazione interparlamentare da sviluppare, la terza - che vado a sviluppare - riguarda l'Unione mediterranea. Nella prossima riunione della COSAC a Lisbona se ne parlerà, ma qual è l'opinione della Commissione sull'idea di Unione mediterranea, rilanciata dal Presidente Sarkozy e che sta prendendo piede in molti Paesi dell'area mediterranea?

DARIO FRUSCIO. Signor presidente, il presidente Manzella pone una questione essenziale e dirimente. Facendo riferimento, però, al settore dell'energia e richiamando i comportamenti della Commissione rispetto agli atteggiamenti degli Stati nazione, mi pare di poter dire che non è attualmente in discussione il problema della rinazionalizzazione da contrapporre alla tendenza verso la liberalizzazione nel settore energetico.
Credo che al massimo si tratti - e la deliberazione di ieri della Commissione europea finalmente l'ha confermato - di un'attività di scissione di tipo funzionale e gestionale e non di tipo proprietario. Si è concluso così un dibattito che si trascina da qualche anno anche nel nostro Paese, nonostante la nostra impresa leader nel settore energetico, l'ENI, abbia applicato la terza direttiva comunitaria in materia di separazione delle reti di trasporto, distribuzione e stoccaggio del gas metano, e conseguentemente in materia di separazione delle proprie reti elettriche per quel poco di energia che produce l'ENI. L'ENI, quindi, ha recepito fin dal 2005 la direttiva come secondo Paese dell'Unione, scorporando tutto il settore energetico da ENI e costituendo SNAM Rete Gas.
Non si tratta di fare attività di rinazionalizzazione o di liberalizzazione, ma solo di fare attività di razionalizzazione che consenta di tenere contabilità separate le quali pongano in evidenza attraverso tale separazione attività di tipo liberale e competitivo nell'ambito del settore energetico.
Mi piacerebbe rivolgere una domanda al commissario. Premetto che la deliberazione di ieri della Commissione costituisce un riconoscimento soprattutto al nostro legislatore, di avere recepito, fin dal 2005, la direttiva comunitaria del 2004 in materia di separazione del trasporto e di distribuzione di prodotti energetici. La Commissione avrebbe affermato lo stesso principio se su questa linea, invece di Francia e Germania, si fossero trovati per esempio Romania e Belgio? Questa domanda, che sembra retorica, ne sottintende un'altra: la Commissione è veramente ed effettivamente autonoma rispetto alle influenze dei cosiddetti Stati forti dell'Unione europea?

TANA DE ZULUETA. Signor presidente, i colleghi che mi hanno preceduto hanno anticipato con le loro domande la maggior parte dei temi che avrei voluto affrontare.
Mi vorrei soffermare, però, sulla questione del Mediterraneo per avere la possibilità di riparlare della questione dei rapporti con i Paesi vicini. Noi abbiamo un particolare interesse storico per questo capitolo dei rapporti esterni dell'Unione europea e devo segnalare che il processo di Barcellona, della cui assemblea ho l'onore di far parte, è una espressione indubbiamente in difficoltà per problemi politici. È nata, infatti, in un momento in cui si nutrivano speranze per il Medio Oriente che, poi, non si sono materializzate.
Credo che i colleghi dei Parlamenti della riva sud, si sentano ignorati dall'Europa, non solo perché sono perfettamente consapevoli che il grosso dei finanziamenti


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va verso est e che quindi molto poco resta disponibile per il processo di Barcellona, ma anche perché non vedono un interesse politico a rafforzare i rapporti, compresi quelli di scambio democratico.
In sede di comitato sul regolamento abbiamo cominciato a parlare della possibilità di una comune base giuridica. Questa può sembrare una forzatura, ma il Consiglio d'Europa, che garantisce i nostri rapporti con i Paesi vicini, europei ed extraeuropei verso est, fornisce la suddetta base giuridica. Tale base rappresenta uno strumento molto forte per coloro che lavorano per migliorare i diritti umani nella democrazia del proprio Paese. I difensori dei diritti dell'uomo, i militanti della democrazia nei Paesi euromediterranei, che hanno un compito molto duro se guardiamo a Paesi membri come l'Egitto, la Tunisia e molti altri, non hanno invece alcuno strumento attraverso il quale chiedere solidarietà, sostegno ed un comune metro di giudizio ai partner europei. Mi chiedo allora se adesso, con la costituzione dell'Agenzia dei diritti umani a Vienna, esista la prospettiva dell'inclusione della Carta dei diritti all'interno del trattato per far sì che il primo articolo di tutti gli accordi di partenariato, quello che parla di diritti umani e che non ha mai portato a decisioni politiche vincolanti, non resti più lettera morta, ma diventi uno strumento per consentire il rafforzamento della difesa dei diritti umani e della democrazia.
Sottolineo questo aspetto per la questione dell'immigrazione. Se vogliamo creare una cooperazione nella lotta all'immigrazione irregolare, deve esistere una comune base giuridica e i diritti umani devono essere garantiti, altrimenti facciamo una delocalizzazione della repressione in Paesi dove i diritti non hanno alcuna tutela. Questo aspetto sta creando forte preoccupazione, al di qua e al di là del Mediterraneo.

PRESIDENTE. Do la parola al Presidente Manzella per una breve precisazione.

ANDREA MANZELLA, Presidente della 14a Commissione del Senato. Ho parlato di separazione di reti e del pericolo che si possano verificare reazioni contrarie dei Parlamenti nazionali. Mi sono basato su quanto riporta oggi Il Sole 24 Ore: la proposta della Commissione registra i pareri nettamente contrari di Francia e Germania, dove le aziende elettriche del gas gestiscono anche le reti, dell'ENI che controlla la SNAM Rete gas e, come previsto, anche della Gazprom russa. La Commissione si è posta contro tutti. La mia preoccupazione, quindi, è che i Parlamenti, in base alle varie preferenze e interessi nazionali, possano avere una reazione contraria. Questa è solo una precisazione per non rimanere nel vago.

PRESIDENTE. Prima di dare la parola al vicepresidente Wallström per la replica, vorrei precisare che questo interesse per la dimensione mediterranea è, in parte, ovvio, dato che l'Italia è posta come un ponte tra l'Europa e il Mediterraneo, l'Europa e i Paesi del vicino Oriente.
Tuttavia, va anche sottolineato un problema importante, che del resto era emerso già nella riflessioni di Lucien Febvre nel corso delle lezioni al Collegio di Francia negli anni 1944-1945. Egli evidenziava la vocazione del modello di civilizzazione europea creatosi nei secoli a spostare periodicamente il proprio baricentro verso il nord o verso il Mediterraneo. Questo è un momento in cui l'Unione europea può, è costretta o ha la ventura di dover tenere i due baricentri.
Ricordo, in virtù della discussione di questa mattina, che vi sono quattro temi che oggi fanno sì che l'Unione non possa eludere la dimensione mediterranea: il rapporto tra mare e clima, il rapporto tra Mar Mediterraneo e ridefinizione del commercio estero, il rapporto tra Mar Mediterraneo e gestione dell'immigrazione - con i problemi sollevati dai colleghi Gozi e De Zulueta - e il tema, tipicamente legato alla dimensione di politica estera internazionale, del Mediterraneo e dei conflitti. L'Unione europea oggi si trova a dovere o poter governare tutte e due le


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dimensioni: quella del nord e quella del Mediterraneo. Quindi le sottolineature che facciamo nascono dalla storia, dal cuore, dalla cultura, dalla tradizione, ma sottolineano anche necessità che ci sembrano evidenti.
Do la parola al vicepresidente Wallström per la replica.

MARGOT WALLSTRÖM, Vicepresidente della Commissione europea, responsabile per le relazioni istituzionali e la strategia di comunicazione. Ringrazio il presidente e gli onorevoli per l'interesse mostrato e per le domande così documentate.
Secondo me questo dialogo è prova del fatto che stiamo veramente passando dagli interrogativi molto puntuali sull'IPEX di natura tecnica e scambio di informazioni, ai grandi temi su come costruire la democrazia della nuova Unione europea che va verso una idea più regionalizzata. Quando si parla di Mediterraneo - e comprendo tutte le preoccupazioni e tutti i punti di interesse - è veramente fondamentale dar prova di piena solidarietà all'interno dell'Unione. Anche nei Paesi scandinavi il dibattito è analogo. Chiedono, infatti, maggiore attenzione alla cooperazione nel Mar Baltico, anche perché l'Unione in qualche maniera è composta da diverse aree regionali. Si chiede, quindi, come far confluire la solidarietà in questa Unione europea.
Questo si rispecchia anche nel dibattito sul nuovo trattato di riforma dove vediamo gli effetti di questo allargamento così rapido.
È un'Unione ormai molto articolata, diversificata, con diverse tradizioni politiche e maggiori difficoltà a trovare dei punti di equilibrio comunitari, condivisibili senza esitazioni da tutti gli Stati membri. Quindi è una situazione politica più problematica che potrebbe portarci a concludere che abbiamo bisogno di maggiore flessibilità e che avremmo bisogno di opt-in e opt-out, deroghe positive e negative, per consentire a tutti di rimanere. Non so cosa succederebbe con un'Europa a molte velocità, ma non è quello che vogliamo. Vorremmo un margine di manovra più ampio, un po' più di duttilità per consentire agli Stati membri di rimanere a bordo. Questo è importante anche per concentrarsi sui grandi temi e le grandi sfide comuni.
Il processo decisionale in realtà, in gran parte, è passato a livello europeo, ma in media i partiti politici sono nazionali.
Ci sono dei tentativi, ancora in stadio embrionale, di strutturare la dinamica politica a livello europeo, ma mancano dei punti di incontro per i cittadini che consentano agli stessi di sentirsi veramente europei o di essere partecipi di un'identità europea. Manca, quindi, la sfera pubblica europea. Il funzionamento democratico dell'Unione non ha seguito di pari passo l'organizzazione funzionale della stessa.
Questo riguarda molte delle vostre domande su come organizzare una maggiore democraticità delle decisioni a livello europeo, su cosa significa far parte dell'Europa, su cosa significa sentirsi europei. Questo finora era un progetto riservato ad una piccola élite politica, ma non basta più. Abbiamo bisogno del sostegno della gente, dei cittadini e di tutti gli Stati membri per poter fare ulteriori passi in avanti.
Questo è evidente in caso di referendum. Se non c'è un dibattito sull'Europa, i cittadini respingono il progetto europeo perché non sono abbastanza informati o, semplicemente, perché hanno la sensazione di non essere parte del progetto.
Rapidamente cercherò di rispondere alle domande sull'IPEX.
L'IPEX è un sistema costituito dai Parlamenti nazionali e dal Parlamento europeo per lo scambio di informazioni.
La Commissione ha dato la sua piena collaborazione, ma stiamo ancora discutendo su come utilizzarlo. Non lo abbiamo ancora utilizzato abbastanza, ma credo che le nuove disposizioni del trattato di riforma riprenderanno in mano sia questa questione che quella delle risorse. Ripeto, non c'è mancanza di volontà, ma c'è la voglia di vedere quali risorse potevano essere accantonate per questo progetto.


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Cercheremo concretamente di lavorare per rafforzare l'IPEX, che è uno strumento utile sia per i Parlamenti nazionali che per il Parlamento europeo.
In merito alla giustizia e agli affari interni, il dettato del trattato ci pone dei vincoli e definisce chiaramente i confini della nostra azione.
Già nei fatti, negli ultimi tempi, l'attenzione politica si è concentrata su questi temi. Si deve fare di più e spetta anche ai Parlamenti nazionali e al Parlamento europeo collaborare in maniera più efficace. Il nuovo trattato migliorerà, a mio avviso, questi aspetti.
Fare compromessi significa anche rinunciare a qualcosa, perdere qualcosa. Ciò che si è perduto è il sapore costituzionale del trattato. A giugno hanno deciso di rinunciare ad ogni parte che desse al testo il sapore costituzionale. In alcuni Stati membri non si può utilizzare la parola Costituzione, quindi tutto questo è andato perduto. È andata persa la leggibilità e l'accessibilità.
Poi ci sono stati degli opt-in e degli opt-out, delle deroghe di partecipazione o di esclusione per consentire a tutti, in qualche maniera, di sostenere il trattato di riforma.
La Commissione, ovviamente, preferirebbe non avere deroghe, però se questo è l'unico modo per fare approvare, far deliberare un nuovo trattato di riforma, siamo disposti ad accettare questa situazione.
In merito alla proposta di dibattiti simultanei in tutti i Parlamenti nazionali, sarebbe molto positivo se i Parlamenti nazionali potessero, ad esempio, calendarizzare la ratifica del trattato nello stesso periodo. Questo consentirebbe perlomeno di seguire il dibattito negli Stati membri.
I vari Paesi potrebbero scegliere di ratificare secondo le proprie procedure, ma potrebbero farlo contemporaneamente. Questo costituirebbe sicuramente un passo nella giusta direzione. Scegliere un giorno per tutti gli Stati membri mi sembra molto difficile, ma un arco temporale sarebbe auspicabile.
C'è bisogno anche di una copertura da parte dei mezzi di informazione. Come dicevo nelle mie analisi, e lo ribadisco, dobbiamo stimolare l'interesse dei mezzi di informazione per migliorare l'informazione stessa sui temi europei.
Per quanto riguarda il rifiuto popolare, i motivi in Francia e nei Paesi Bassi sono diversi. Nei Paesi Bassi, il 30 per cento di chi ha dato un voto contrario diceva di non aver ricevuto sufficienti informazioni sul trattato. In Francia, invece, i motivi avevano a che fare con la globalizzazione e con altre questioni di merito. L'eurobarometro, con i suoi sondaggi, conferma che, secondo la gente, l'Unione europea favorisce la globalizzazione senza però garantire le debite tutele per i cittadini i quali dovrebbero sentirsi aiutati ad adattarsi in un mondo più globalizzato attraverso elementi di sicurezza e di protezione sociale, in un mondo in così rapido cambiamento.
Il senatore Pianetta ci ha chiesto come possiamo comunicare in maniera efficace.
Il mese prossimo proporrò un accordo interistituzionale che fungerà da cornice per il nostro impegno sul fronte della comunicazione. Le istituzioni, il prossimo anno, potranno rafforzare la comunicazione sul trattato di riforma, con un calendario comune, con risorse e iniziative concrete a cui dare seguito.
Si può fare molto con una interazione tra istituzioni europee, Parlamenti nazionali e istituzioni nazionali per migliorare la comunicazione in ordine al trattato di riforma utilizzando i vari canali - le nostre sedi, Internet, il sistema audiovisivo - per aprire questo dibattito sul futuro dell'Europa. Ho preso nota di tutte le osservazioni sul Mediterraneo che riporterò in Commissione, affinché abbia un quadro più chiaro di tutti i temi che vertono intorno al Mediterraneo e all'impegno del vostro Paese. Ci tengo a precisare che, comunque, sono questioni che vengono continuamente sollevate.
Sul contributo che può essere dato dalle istituzioni europee non ho nulla di


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immediato, di tangibile da dirvi. Senz'altro riporterò questa parte del dibattito in Commissione.
I flussi migratori sono al centro anche del nostro programma di lavoro dell'anno prossimo anche per quanto riguarda la politica di asilo. Su queste proposte ci impegneremo.
Sull'energia abbiamo avuto e avremo sostegno da parte degli Stati membri che hanno già realizzato la separazione delle reti. Ci sono, ovviamente, posizioni differenziate.
Siamo stati realistici offrendo due possibilità: o un unbundling pieno, una scorporazione piena, o l'utilizzo di operatori di servizi indipendenti in cui un soggetto mantiene la proprietà, ma deve poi delegare totalmente il funzionamento e la gestione ad un gestore del servizio.
Questo per andare incontro alle preoccupazioni di alcuni Stati membri e, speriamo, di far passare questa decisione in sede di Consiglio.
Noi avremmo preferito un pieno unbundling, una piena separazione, come già avviene in alcuni Stati membri.
Il tema dei diritti umani meriterebbe una giornata di discussione. Ci manca il tempo per approfondire i parametri, i criteri, il metro per misurare il progresso democratico e i seguiti del processo di Barcellona.
Sono temi su cui dobbiamo assolutamente tornare. La Commissione dovrà chiarire la propria posizione, il proprio contributo, il proprio input in questo dibattito.
Credo che i problemi legati all'immigrazione siano destinati ad aumentare. Avremo, a mio avviso, un numero crescente di rifugiati ambientali a causa del cambiamento climatico. Dobbiamo discutere anche a livello europeo del nostro ruolo e delle nostre responsabilità di fronte a questi fenomeni.
Forse nella mia replica sono stata troppo superficiale, ma mi è mancato il tempo per analizzare i particolari. Sarò lieta, se lo vorrete, di ritornare per affrontare nel dettaglio alcuni di questi temi.

PRESIDENTE. Ringrazio la Vicepresidente Wallström. Non è vero che le sue risposte sono state superficiali, anzi il dibattito è stato molto ricco. Possiamo percepire, al di là del tempo stringato, la direzione della Commissione che ci dà modo di continuare a lavorare nel Parlamento italiano tenendo conto di questo rapporto; speriamo pertanto che la Vicepresidente Wallström possa ritornare. Arrivare nella stessa data alla ratifica di un nuovo strumento che possa ridisegnare i rapporti giuridici dell'Europa è, oltre che un auspicio, anche un impegno per ciascuno di noi e per il Parlamento.
Dichiaro conclusa la seduta.

La seduta termina alle 9,45.