I negoziati in seno all’OMC

 

Organizzazione e funzioni del WTO con riferimento alla liberalizzazione degli scambi

Il WTO (World Trade Organization), in italiano OMC (Organizzazione Mondiale per il Commercio), costituisce ormai l’ordinamento giuridico del commercio internazionale, in continua espansione per quanto riguarda competenze e materie. Il WTO, nata formalmente il 1° aprile 1995, rappresenta l’esito dei negoziati denominati Uruguay round svoltisi dal 1986 al 1994.

Il WTO ha raccolto l’eredità di quasi quarant’anni di funzionamento del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade) del 1947, che si era col tempo di fatto trasformato in una istituzione internazionale responsabile della liberalizzazione degli scambi commerciali.

Il WTO, a differenza di FMI e Banca Mondiale, non fa parte del sistema delle Nazioni Unite. Tuttavia, a partire dal 1995, il WTO partecipa ai lavori del Comitato amministrativo di coordinamento delle Nazioni Unite (insieme alle istituzioni specializzate), ma l’ONU non vanta poteri di controllo e indirizzo nei confronti del WTO.

La partnership del WTO comporta l’accettazione dell’Accordo istitutivo e degli Accordi commerciali multilaterali contenuti nei primi tre allegati dell’Accordo istitutivo. Nel primo allegato sono compresi: L’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio (GATT) 1994; il Protocollo relativo alle concessioni tariffarie dell’Uruguay round; dodici distinti accordi su singole materie (agricoltura, prodotti tessili, misure sanitarie e fitosanitarie ecc.);l’Accordo generale sugli scambi di servizi (GATS: General Agreement on Trade in Services); l’Accordo sui diritti di proprietà intellettuale inerenti al commercio (TRIPS: Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights). Il secondo allegato reca: l’Intesa sulla soluzione delle controversie (DSU: Dispute Settlement Understanding) e il terzo il Meccanismo d’esame delle politiche commerciali (TPRM: Trade Policy Review Mechanism). Il quarto Allegato contiene quattro Accordi commerciali plurilaterali non vincolanti per tutti i membri (attualmente vigenti sono quelli sugli aeromobili civili e sugli appalti pubblici).

I Membri originari del WTO sono i 128 Stati già parti del GATT 1994. Degli attuali 149 membri, 30 circa sono Paesi industrializzati, la maggioranza sono PVS e circa 30 sono definiti Paesi meno avanzati (LDCs). Membri del WTO sono sia la Comunità europea che tutti gli Stati membri, in quanto non tutte le materie oggetto degli Accordi sono di competenza esclusiva della Comunità. Di competenza esclusiva sono il GATT 1994 e gli Accordi commerciali multilaterali con l’eccezione di GATS e TRIPS che, con l’Accordo sugli appalti pubblici, sono stati stipulati in forma mista.

Il WTO ha lo scopo di favorire l’attuazione degli accordi in cui si articola il suo sistema e di costituire un foro per i negoziati commerciali multilaterali. Svolge inoltre un ruolo di controllo delle politiche commerciali ed in tema di soluzione delle controversie commerciali tra i propri Membri.

Il WTO nelle relazioni esterne è guidato dal Direttore generale, eletto per un periodo di 4 anni, affiancato da quattro Vicedirettori e posto a capo del Segretariato, organo burocratico con funzioni esclusivamente internazionali, che costituisce la struttura amministrativa. Gli organi del WTO facenti parte della struttura decisionale sono di norma composti da tutti i membri, che si riuniscono ogni due anni nella Conferenza ministeriale, massimo organo a competenza generale. Il Consiglio generale, anch’esso composto da tutti  i membri, opera negli intervalli fra le conferenze interministeriali ed esercita tutte le competenze dell’Organizzazione. Vi sono inoltre tre Consigli relativi a singoli settori: commercio dei beni, proprietà intellettuale e servizi. Tutti i membri hanno diritto di contribuire in modo paritario alla formazione della volontà dell’Organizzazione. Ciò avviene, di norma, attraverso il meccanismo del consensus (non si vota e una decisione si ritiene assunta se nessun membro vi si oppone). Ciò comporta evidentemente lo svolgimento di lunghe negoziazioni e di difficili mediazioni per giungere alle decisioni più complesse.

Pilastro portante del WTO è il GATT 1994 (Accordo generale sulle tariffe e il commercio), come modificato in seguito all’Uruguay Round, che ha ad oggetto gli scambi internazionali di merci. Meccanismi fondamentali dell’Accordo sono:

-              clausola della nazione più favorita in relazione alle riduzioni tariffarie (estensione a tutti i membri delle riduzioni accordate a un membro o a uno Stato terzo; le riduzioni tariffarie sono accordate mediante liste di concessioni riferite ai dazi accordati per ogni singolo prodotto);

-              trattamento nazionale delle merci importate in materia fiscale e di regolamentazioni interne (divieto di applicare alle merci importate tasse o regolamentazioni interne più onerose rispetto a quelle gravanti sulle merci nazionali);

-              divieto delle restrizioni quantitative (divieti o contingentamenti delle importazioni o delle esportazioni sono ammessi solo per l’agricoltura,  per correggere squilibri della bilancia dei pagamenti o a titolo di salvaguardia per evitare grave pregiudizio ai produttori nazionali);

-              limitazione del ricorso a sovvenzioni anti-dumping (ammesse quando prodotti importati vengono venditi ad un valore inferiore a quello normale di mercato; per applicarli occorre dimostrare un danno rilevante all’industria interna);

-              limitazione del ricorso a misure compensative (sovvenzioni alle esportazioni sono ammesse se volte ad assicurare concorrenzialità ai prodotti sul mercato mondiale, ma non per consentire di venderli a un prezzo inferiore a quello del mercato interno; regole speciali vigono per l’agricoltura);

-              complesso flessibile di eccezioni e deroghe (misure restrittive sono possibili a protezione della moralità pubblica, della vita delle persone e degli animali, per la preservazione dei vegetali, per la tutela degli interessi essenziali della sicurezza interna) e metodo diplomatico per la soluzione delle controversie.

Oggi assume una crescente rilevanza l’eliminazione degli ostacoli non tariffari, quali regolamentazioni tecniche, procedure di controllo e di certificazione, adempimenti amministrativi di vario genere richiesti per l’importazione e l’esportazione. Ne è prova l’Accordo sugli ostacoli tecnici agli scambi commerciali (TBT: Technical Barriers to Trade) concluso alla fine dell’Uruguay round. Prevede che nel determinare i requisiti di qualità dei prodotti per proteggere la salute e l’ambiente ed i relativi controlli, occorra riferirsi a standard internazionali di qualità elaborati da organismi privati costituitisi nei diversi Stati riuniti in organizzazioni internazionali non governative.

L’Accordo sulle licenze di importazione rafforza a sua volta gli obblighi di trasparenza, informazione e rapidità nell’assegnazione delle licenze. L’Accordo sulle regole d’origine mira invece ad armonizzare i criteri per la determinazione dell’origine dei prodotti importati (ad es. per verificare se un prodotto ha diritto al trattamento della nazione più favorita in quanto proviene da un Paese del WTO).

Il settore agricolo è stato recuperato alla disciplina multilaterale degli scambi commerciali solo a partire dal 1992, nell’ambito dell’Uruguay round. Determinante fu l’intesa raggiunta a riguardo tra Comunità europea e Stati Uniti. Per quanto riguarda l’accesso ai mercati fu deciso di sostituire le molteplici misure sino ad allora applicate con dazi doganali sui quali applicare progressive riduzioni attraverso il sistema delle liste di concessioni. Una clausola transitoria consente misure di salvaguardia speciale  per prevenire aumenti abnormi delle importazioni di singoli prodotti. Le misure interne di sostegno sono state aggregate in tre diverse scatole (box): la Green box, relativa ai provvedimenti che gli Stati possono liberamente adottare (a favore della ricerca, della sanità, delle infrastrutture, per limitare la produzione), la Blue Box, relativa ad aiuti a programmi di riduzione della produzione ritenuti ammissibili e la Yellow (o Amber)  Box, il cui valore globale deve essere oggetto di riduzioni progressive specificate nelle liste di concessione. Il settore è caratterizzato dai seguenti fenomeni: tariffazione sporca (sovrastima degli effetti distorsivi delle misure di sostegno che comportano la fissazione di dazi enormemente elevati); dispersione tariffaria (mantenimento su alcuni prodotti di megatariffe che rendono poco significative le riduzioni); clausola di pace (una norma transitoria scaduta nel 2003 impegnava i Membri a non intentare azioni nei confronti delle misure di sostegno).

Posizione dei PVS. Con l’Uruguay round si è deciso di integrare a pieno titolo i PVS nell’Organizzazione senza prevedere particolari disposizioni derogatorie. Solo riguardo ai tempi di attuazione degli obblighi derivanti dagli Accordi sono previste condizioni di maggiore flessibilità. Per quanto riguarda invece i Paesi meno sviluppati sono ammessi trattamenti preferenziali generalizzati e si insiste per l’incremento dell’assistenza tecnica allo sviluppo nonché dei programmi internazionali di aiuto alimentare. L’ottanta per cento dei membri WTO è costituito dai PVS e, di questi, circa 30 rientrano tra i c.d. Paesi meno sviluppati.

Commercio e diritti sociali. I Paesi industrializzati pongono da tempo la questione della normativa interna in materia di lavoro ritenendo che, laddove i lavoratori sono meno tutelati, è possibile produrre a costi minori beni e servizi aumentando la competitività ma a prezzo di costi sociali assai elevati. Tale impostazione trova contraria la maggioranza dei membri del WTO, che non ritiene in questi casi legittima l’applicazione di restrizioni commerciali. La Dichiarazione di Singapore del 1996 ha espresso l’impegno di tutti i membri a rispettare le norme sociali minime internazionalmente riconosciute in materia di lavoro, ma ne ha respinto ogni uso protezionistico. L’OIL (Organizzazione internazionale del lavoro) ha formulato nel 1998 un ristretto elenco di diritti fondamentali del lavoro. Dinanzi al mancato rispetto di tali regole, agli Stati che si ritengano lesi dalla concorrenza di tali Paesi non resta che applicare sanzioni unilaterali. L’alternativa è l’applicazione di misure positive: prevedere un trattamento di favore per chi rispetta i diritti dei lavoratori.

Commercio e ambiente.  Il WTO dispone di un Comitato sul commercio e l’ambiente che ha il compito di esaminare le misure ambientali che incidono sugli scambi commerciali. Per il GATT 1994 gli Stati sono liberi di adottare le misure necessarie alla protezione della vita e della salute delle persone e degli animali, alla preservazione dei vegetali e alla conservazione delle risorse naturali esauribili. Le misure a tutela dell’ambiente devono essere applicate in maniera non discriminatoria, e non avere finalità esclusivamente commerciali.

 

 

Da Doha a Cancún: le tappe del round negoziale in corso

L’Agenda di Doha

La quarta Conferenza ministeriale dell’Organizzazione mondiale del commercio si è svolta a Doha, in Qatar, dal 9 al 14 novembre del 2001.

L’obiettivo della Conferenza era “lanciare” - e non “concludere” -  un negoziato commerciale diretto a consentire una maggiore apertura dei mercati e un rinnovato sistema di regole multilaterali per sostenere e rilanciare gli scambi mondiali.

La Conferenza ministeriale, nella conclusiva seduta del 14 novembre, ha approvato, per consenso, i seguenti documenti:

1.      la Dichiarazione ministeriale (Ministerial Declaration). Si tratta del documento principale, che avvia i negoziati precisandone l’oggetto, i tempi e le finalità;

2.      la Dichiarazione sulla proprietà intellettuale e la salute pubblica (Declaration on the TRIPS Agreement and Public Health). Il documento ha lo scopo di proporre una mediazione tra la tutela dei brevetti in campo farmaceutico e le esigenze sanitarie dei Paesi più poveri;

3.      la Decisione sull’attuazione (la cosiddetta implementation: - Decision on Implementation-Related Issues and Concerns). E’ diretta ad affrontare le problematiche che impediscono ai Paesi in via di sviluppo di partecipare pienamente alle dinamiche del WTO, sfruttandone i vantaggi.

 

Il programma di lavoro delineato nella Dichiarazione di Doha - comunemente indicato come Agenda di Doha per lo sviluppo in quanto  pone le esigenze dei Paesi in via di sviluppo e di quelli meno avanzati al centro dei suoi obiettivi - enumera 21 questioni oggetto di futuri negoziati o di lavori - applicazione, analisi o misure di coordinamento – e stabilisce un calendario per ciascun settore.  Va rilevato tuttavia che tale calendario non è stato rispettato: i negoziati previsti sono considerati infatti come facenti parte di un unico impegno che avrebbe dovuto essere finalizzato entro il 1° gennaio 2005. Fanno eccezione i capitoli relativi alla soluzione delle controversie, che avrebbe dovuto concludersi entro maggio 2003, e al sistema di registrazione delle indicazioni geografiche dei vini e degli spiriti, che avrebbe dovuto essere finalizzato nell’ambito della V Conferenza ministeriale (tenutasi a Cancún dal 10 al 14 settembre 2003).

 

Attività preparatoria e fallimento della Conferenza di Cancún

Nei due anni scarsi intercorsi tra la Conferenza di Doha e quella di Cancún i negoziati e, più in generale, il dibattito in seno all’OMC hanno avuto ad oggetto l’agricoltura; l’accesso ai mercati dei prodotti non agricoli; il problema dei diritti di proprietà intellettuale sulle invenzioni farmaceutiche, con decisive conseguenze sulle possibilità di cura, nei Paesi meno avanzati, di gravi pandemie in atto; i cosiddetti “temi di Singapore”, lanciati appunto nella I Conferenza ministeriale ivi tenutasi nel 1996, ossia investimenti, appalti pubblici, concorrenza e agevolazioni doganali al commercio.
Nel settore agricolo, a Doha è stato riconsiderato l’Agricultural Agreement, concluso nel 1995 nell’ambito dell’Uruguay Round, con il duplice ma convergente obiettivo di ridurre tanto i sussidi alle esportazioni quanto le barriere in entrata aventi effetti distorsivi del commercio. E’ inoltre emerso il tema del commercio di cotone, con la richiesta pressante di numerosi Paesi dell’Africa occidentale di una riduzione dei rilevanti sussidi che gli Stati Uniti concedono ai propri produttori.
Oramai nell’imminenza di Cancún, USA e Unione europea hanno presentato una proposta congiunta mirante a fornire una base negoziale sui punti più critici, subito criticata dai Paesi africani, e poi, con maggiore incisività politica, controbilanciata dalle indicazioni dei Paesi del G20 (tra i quali Brasile, India, Cina, Egitto, Indonesia, Messico, Nigeria, Sudafrica, Pakistan), che spingevano per una radicale diminuzione delle forme di sussidio interno e di aiuti all’esportazione nei Paesi sviluppati, richiedendo nel contempo di poter conservare un’elevata protezione dei propri mercati interni.

Nell’imminenza del Vertice di Cancún ha alimentato molte speranze l’accordo sui farmaci essenziali, raggiunto il 30 agosto 2003 a Ginevra, di importanza vitale per molti PVS. In particolare, si trattava di consentire che le deroghe ai diritti di proprietà intellettuale sulle invenzioni farmaceutiche già previste a Doha, e in base alle quali una serie di Paesi dotati di sufficienti apparati industriali avrebbero potuto – in casi definiti di pericolo per la salute collettiva - produrre alcuni ritrovati alla stregua di “farmaci generici”; potessero estendersi anche ai Paesi meno avanzati, permettendo a questi ultimi di importare i farmaci a basso prezzo prodotti grazie alle previsioni di Doha. L’intesa è stata accompagnata da misure di garanzia per i Paesi avanzati contro possibili reimportazioni surrettizie dei farmaci a basso prezzo nel loro territorio, quali l’etichettatura specifica dei farmaci prodotti a basso prezzo, e un elenco di Paesi autoescludentisi dall’importazione di detti farmaci.

Nonostante questi incoraggianti sviluppi, il Vertice di Cancún si è concluso con un fallimento, dovuto essenzialmente all’opposizione del G20, il gruppo di PVS guidati da Brasile, India e Cina, alla politica dei sussidi agricoli degli USA e dell'UE – le cui aperture sono state ritenute del tutto insufficienti -, nonché al secco rifiuto della bozza finale di documento dei quattro paesi del cotone: Ciad, Mali, Burkina Faso e Benin. Anche sui “Temi di Singapore” (liberalizzazione e investimenti, regole sulla concorrenza, facilitazioni al commercio, appalti pubblici) il dissenso è stato netto, e lo scacco negoziale di portata così ampia da porre per molti attori l’esigenza di una profonda revisione della stessa WTO. Ciò ha reso impossibile rispettare la scadenza del 31 dicembre 2004, fissata a Doha per la sessione negoziale ivi lanciata.

 

 

L’Accordo quadro di Ginevra del 1° agosto 2004 (c.d. July Package) e la riapertura delle prospettive negoziali

Dopo il fallimento della V Conferenza ministeriale di Cancún del settembre 2003, il 31 luglio 2004 l’Organizzazione mondiale del commercio, riunita a Ginevra, ha raggiunto un accordo quadro (c.d. July Package), adottato formalmente dal Consiglio generale dell’organizzazione il 1° agosto) che, al fine di agevolare la conclusione del round negoziale di Doha, definisce i parametri per le future trattative in cinque aree chiave: agricoltura, prodotti industriali, sviluppo, facilitazioni commerciali e servizi.

Si riportano di seguito gli elementi chiave dell’accordo di Ginevra.

In materia di prodotti industriali, l’accordo prevede la riduzione delle barriere non tariffarie e dei dazi doganali (dazi elevati, picchi tariffari, escalation delle tariffe), sulla base di una formula, non lineare, con tagli maggiori per le tariffe più alte. Tale riduzione andrebbe applicata a tutti i prodotti, senza esclusioni a priori. Il testo prevede anche la possibilità di ulteriori e più consistenti tagli in alcuni settori, in particolare in quelli di interesse dei paesi in via di sviluppo (cosiddette iniziative settoriali). Inoltre si prevedono regole speciali per gli ultimi del mondo, che godrebbero di periodi transitori più lunghi e di flessibilità nei tagli. Per i 50 paesi meno sviluppati è prevista l’esenzione dalle riduzioni.

Per quanto riguarda i servizi, l’accordo quadro prevede uno sforzo di tutti i componenti del WTO verso un progressivo incremento della liberalizzazione, senza che alcun settore o alcuna modalità di fornitura siano esclusi a priori.

Le linee guida dell’accordo prevedono negoziati in materia di facilitazioni commerciali, focalizzati sui tagli alle procedure doganali e agli eccessi burocratici, che creano un significativo ostacolo agli scambi. I paesi in via di sviluppo adotteranno impegni compatibili con la loro capacità. I negoziati tenderanno a definire disposizioni adeguate per favorire la cooperazione tra le autorità doganali e le altre autorità competenti in materia di facilitazione degli scambi. Le altre questioni di Singapore (investimento, concorrenza e trasparenza) sono state escluse dall’Agenda di lavoro, ma su di esse l’approfondimento continuerà nel più ampio contesto del WTO;

Per quanto concerne i PVS, l’accordo quadro richiede il rafforzamento delle previsioni in materia di trattamenti speciali e differenziati per i paesi in questione e il miglioramento dell’assistenza a loro favore in campo commerciale, incrementandone qualità, quantità e coordinamento.

L’accordo contiene una serie di specifiche linee guida per il negoziato nel settore agricolo, che riveste particolare importanza per l’UE. Il negoziato si articola su tre pilastri interdipendenti: il sostegno interno, il sostegno alle esportazioni e l’accesso ai mercati: sugli aiuti agricoli è stata concordata una forte riduzione del livello generale degli aiuti interni previsti dalle tre “scatole” e in particolare di quelli che hanno un forte effetto distorsivo sugli scambi, inclusi nella cosiddetta “scatola gialla” o amber box. In tal modo sono state sostanzialmente accolte le richieste dell’UE, che ha ottenuto, per un verso, il riconoscimento delle misure adottate al riguardo con la recente riforma della politica agricola comune (PAC), e per altro verso, l’impegno di altri paesi sviluppati (tra cui gli Stati Uniti) a rivedere la loro normativa in materia. Nel corso del primo anno di messa in opera dell’accordo tali aiuti saranno complessivamente ridotti inizialmente del 20% (cosiddetto down payment), è la riduzione più rilevante tra quelle applicate su un periodo di sei anni dopo l’Uruguay Round).  Il sostegno identificato dalla cosiddetta “scatola blu” non potrà superare il 5% del valore della produzione agricola, non essendo prevista nessuna riduzione supplementare. Gli aiuti relativi alla “scatola verde”  resteranno inalterati, non avendo alcun effetto distorsivo del commercio. Sarà negoziata la riduzione (invece che abolita, come chiedeva l’UE per i paesi sviluppati) della clausola “de minimis”, che consente una deroga ai limiti imposti agli aiuti agricoli (nella misura del 5 per cento del valore dei singoli settori per i PS e del 10 per cento per i PVS; ciò comporta che se gli aiuti di ciascun settore non superano le percentuali indicate, riferite al valore complessivo di quel settore, sono compatibili con il sistema del WTO).

Sul sostegno alle esportazioni, accogliendo parzialmente la richieste dell’UE di assicurare un trattamento omogeneo per tutte le forme di sostegno alle esportazioni, è stata convenuta l’eliminazione (entro una data ancora da concordare) delle sovvenzioni alle esportazioni, dei crediti all’esportazione, delle garanzie di credito e dei programmi di assicurazione con un programma di rimborso superiore a 180 giorni. I crediti all’esportazione, le garanzie di credito e i programmi di assicurazione con un programma di rimborso inferiore a 180 giorni saranno disciplinati da particolari regole relative alle sovvenzioni o a qualsiasi altro elemento avente un effetto distorsivo sugli scambi. Inoltre saranno soppresse le pratiche distorsive degli scambi per quanto riguarda le imprese commerciali di Stato esportatrici di prodotti agricoli.

Per quanto riguarda l’aiuto alimentare accordato alle popolazioni in stato di bisogno, saranno previste delle misure specifiche in caso di abuso. La questione della fornitura di un aiuto alimentare esclusivamente a titolo di donazione sarà trattata nel prosieguo dei negoziati.

Rispetto al tema dell’apertura dei mercati agricoli, i diritti doganali saranno ridotti con un approccio per fasce secondo un metodo unico per cui a diritti più elevati corrisponderanno riduzioni più rilevanti. L’accordo, tenendo conto delle preoccupazioni dell’UE circa i prodotti “sensibili,” consente a ciascuno Stato di selezionare un numero appropriato di tali prodotti, che potranno essere trattati in maniera più elastica sotto il profilo tariffario. Impegno a ridurre il fenomeno della tariff escalation (le tariffe tendono a risultare più elevate al crescere del valore aggiunto dei prodotti).

Tutti i Paesi in via di sviluppo beneficeranno in via sistematica di un trattamento speciale e differenziato grazie ad una serie di misure quali: periodi di messa in opera più lunghi per tutti gli accordi, riduzioni minime dei diritti di dogana e delle sovvenzioni, trattamento particolare in materia di apertura dei mercati per una serie di “prodotti speciali” (per rimediare ai problemi di sicurezza alimentare, di sussistenza e di sviluppo rurale), liberalizzazione completa dei prodotti tropicali.

I Paesi meno avanzati non saranno tenuti ad assumere impegni per abbassare i diritti di dogana o gli aiuti agricoli. Inoltre, i paesi sviluppati e i PVS che ne hanno la capacità, dovranno permettere ai prodotti di tali paesi di accedere ai loro mercati in franchigia di dogana e senza contingentamenti.

L’accordo concluso a Ginevra riconosce l’importanza vitale del cotone per un certo numero di paesi in via di sviluppo e stabilisce che nel prosieguo dei negoziati si dovrà risolvere la questione “in modo ambizioso, rapido e preciso”. Da parte sua l’UE ha già abolito le sovvenzioni all’esportazione nel settore del cotone con la riforma del 2004[1] che prevede anche la revisione degli aiuti con l’eliminazione, in particolare, di quelli maggiormente distorsivi del mercato.

E’ rimasta invece fuori dall’accordo, la questione delle indicazioni geografiche, un tema al quale l’UE attribuisce particolare importanza.

 

 

 

Dall’Accordo di Ginevra ad Hong Kong:  gli sviluppi del
processo negoziale
.    
La Bozza di dichiarazione ministeriale (1-7 dicembre 2005)

L’agricoltura è stata al centro del processo negoziale e si è configurata ancora come il tema maggiormente controverso in vista del vertice di Hong Kong, e ciò anche se i prodotti agricoli interessano solo il 9% delle esportazioni dei Paesi Sviluppati e l’11% delle esportazioni dei PVS, mentre ben il 91% delle esportazioni dei PS ed l’89% delle esportazioni dei PVS hanno ad oggetto i NAMA (prodotti non agricoli).

Il punto sullo stato dei negoziati anteriormente allo svolgimento del Vertice di Hong Kong risulta dalla Bozza di dichiarazione ministeriale (Draft Ministerial Text) diffusa dal Presidente del Consiglio generale e dal Direttore generale del WTO il 1° dicembre 2005.

I negoziati agricoli

L’agricoltura è il primo tema affrontato dalla Bozza che vi  dedica inoltre l’Annesso A. Per quanto riguarda il sostegno interno, il documento in questione riferisce di un’ipotesi di lavoro relativa alla suddivisione in tre bande al fine di determinare le riduzioni complessive degli aiuti interni previsti dai PS. La prima banda avrebbe ad oggetto gli aiuti fino a 10 miliardi di dollari, comporterebbe un riduzione compresa tra il 31-70% e riguarderebbe tutti i PS non compresi nelle altre due bande. La seconda banda, relativa agli aiuti da 10 a 60 miliardi di dollari, comporterebbe una riduzione del 53-75% e riguarderebbe gli Stati Uniti e il Giappone. La terza banda avrebbe ad oggetto gli aiuti superiori ai 60 miliardi di dollari, comporterebbe una riduzione del 70-80% e riguarderebbe i paesi dell’Unione europea[2]. Per i PVS non vi è accordo sul da farsi e si è, in particolare discusso se creare una banda a loro destinata o se collocarli nella prima.

Il secondo grande ambito del sostegno all’agricoltura, la competitività delle esportazioni, è stato anch’esso oggetto di una serie di proposte. Non vi era innanzitutto un accordo generale in merito all’indicazione di una data per l’eliminazione di tutti i sussidi all’esportazione. Riguardo ai crediti all’esportazione è stato raggiunto un certo grado di convergenza in merito ad alcuni elementi di disciplina dei crediti che devono essere rimborsati in un periodo pari o inferiore a 180 giorni. Permangono tuttavia un certo numero di questioni critiche.

Nel terzo ambito delle attività di sostegno all’agricoltura, l’accesso al mercato, sono stati ipotizzati importanti progressi negoziali. Per quanto riguarda le riduzioni dei dazi, si procederà sulla base dei dazi ad valorem (ossia quantificati in misura percentuale al valore dei prodotti: l’unico criterio che rende i dazi effettivamente confrontabili tra loro). L’ipotesi era di creare quattro bande nelle quali articolare le riduzioni tariffarie, ma le divaricazioni (c.d. forchette) in tale ambito sono rimaste ancora piuttosto elevate.

Per i paesi meno sviluppati è stato ribadito l’impegno, già contenuto nel July Package, di esentarli dall’assumere obblighi di riduzione dei diritti di dogana o degli aiuti agricoli. Inoltre i PS e i PVS in grado di farlo dovranno permettere ai prodotti dei paesi meno avanzati (LDCs) di accedere ai loro mercati in franchigia di dogana (duty free) e senza contingentamento (quota free). Queste ultime misure non sono ancora operative per tutti i Membri, anche se numerosi paesi, (ed in particolare la UE) hanno assunto impegni.

Per il problema del cotone non sono stati assunti specifici impegni volti ad attuare quanto concordato nel July Package. Non vi è disaccordo circa la necessità di eliminare tutte le forme di sostegno all’esportazione, ma rimane da definire la relativa tempistica.

I negoziati NAMA

Altro tema centrale della Bozza in esame è quello dei negoziati NAMA (i prodotti non agricoli). Nella Bozza si è registrato un vasto consenso nei confronti di una particolare formula, la formula svizzera, sostenuta da tempo dalla UE. La UE sostiene peraltro la necessità di applicare tale formula adottando un coefficiente di riduzione fisso per tutti i paesi, mentre Brasile, Argentina, India ed altri ritengono che il coefficiente dovrebbe essere pari alla media dei dazi in un singolo paese. Il mandato di Doha è estremamente chiaro in proposito: occorre eliminare le tariffe elevate (riguarda essenzialmente i PVS), i picchi tariffari (riguarda essenzialmente i PS) e va eliminata l’escalation tariffaria (i dazi aumentano con l’aumentare del valore aggiunto dei prodotti).

Un concetto chiave riproposto nella Bozza è quello di “reciprocità meno che piena”, ossia trattamento più favorevole per i PVS, che non sono tuttavia assolutamente tutti uguali (Brasile, Argentina, Messico e Cile dovrebbero ad esempio operare senz’altro significative riduzioni). Un principio condiviso è la flessibilità totale per i 49 paesi più poveri (paesi meno sviluppati), per i quali non si prevedono tagli di alcun tipo.

Elementi di approfondimento sui negoziati NAMA si rinvengono nell’Allegato B. In particolare, per quanto concerne il NAMA framework -, ossia le decisioni di cui all’Annesso B dell’Accordo del 1° agosto 2004 (accesso ai mercati dei prodotti non agricoli) - il problema principale è venuto configurandosi nella formula per la riduzione tariffaria, e le divergenze hanno avuto come principale motivazione la necessità di assicurare un equilibrio tra gli obiettivi di massima riduzione e le esigenze dei PVS.

La bozza di Dichiarazione ministeriale del 1° dicembre 2005 riassume lo stato dei negoziati, evidenziando che i punti più urgenti da risolvere – la formula,  le flessibilità da accordare ai PVS e le tariffe non soggette a impegni vincolanti verso il WTO (c.d. Unbound tariff lines)  - sono anche tra quelli sui quali non si è registrato un consenso soddisfacente.

Per quanto concerne la formula, si rileva che i negoziati hanno portato convergenza sulla cosiddetta “formula Svizzera”, che comporta una serie di tagli non lineari, suscettibili di colpire maggiormente i picchi tariffari e le tariffe più elevate. Tuttavia, una forte divergenza di opinioni tra PVS e Paesi sviluppati si è manifestata sulla questione della “reciprocità meno che piena” negli impegni di riduzione tariffaria. Un analogo dissenso si è registrato, in vista di una futura precisa determinazione, sulla quantificazione del margine di oscillazione dei coefficienti, da applicare alla formula, previsti per i PVS e per i Paesi sviluppati.

I negoziati sui servizi

In merito ai negoziati sui servizi, nella Bozza si sottolinea come siano finalizzati a promuovere la crescita di tutti i partner, dei PS e dei PVS, nel rispetto del diritto alla regolazione spettante a ciascun membro. Anche in tale ambito si riconosce la necessità di prevedere un’adeguata flessibilità per i PVS e di considerare la particolare realtà dei paesi meno avanzati (LDCs). Tra i settori di maggior peso figurano, nell’ordine: turismo, servizi finanziari, commercio, comunicazioni, trasporti, costruzioni. Il round attuale si propone soprattutto di aumentare la partecipazione dei PVS al commercio dei servizi. Il problema di fondo del negoziato è il livello complessivamente insoddisfacente delle offerte di apertura dei diversi settori.

Su altri aspetti dei negoziati TRIPS (Trade-related Aspects of Intellectual Property Rights), la Bozza ricorda i progressi compiuti nel definire un sistema multilaterale di notificazione e registrazione delle indicazioni geografiche per i vini e gli spiriti. 

Nella Bozza vengono quindi ribaditi una serie di impegni negoziali, senza tuttavia lasciar trasparire sostanziali progressi. Così, viene confermato l’obiettivo di ridurre o eliminare la barriere - tariffarie e non tariffarie - relative ai beni e ai servizi ambientali, si riafferma il mandato e le modalità per le negoziazioni sulle facilitazioni del commercio, si prende atto dei progressi nei negoziati DSU (Accordo per la risoluzione delle controversie), si ribadisce la rilevanza dei trattamenti speciali e differenziati, nonché dei rapporti tra TRIPS e salute pubblica, come evidenziati a Doha.

Viene inoltre riaffermato l’impegno a facilitare l’integrazione delle economie di ridotte dimensioni e vulnerabili nel sistema multilaterale degli scambi, si prende atto dei progressi compiuti nell’approfondire i rapporti tra commercio, debito e finanza, si riconosce la rilevanza dei legami tra commercio e trasferimento di tecnologie e si conferma l’impegno a lavorare su questo tema nella linea indicata a Doha.

Il documento menziona inoltre il problema della dipendenza di numerosi PVS e LDCs dall’esportazione di materie prime i cui prezzi sono destinati a diminuire nel lungo termine e risultano inoltre soggetti a brusche fluttuazioni, rilevando come tali tematiche debbano essere tenute presenti anche nei negoziati NAMA e in materia di agricoltura. Viene inoltre espresso sostegno alla decisione del Direttore generale di rafforzare i rapporti con il FMI e la banca mondiale nel contesto del mandato di Marrakesh (Uruguay Round) del WTO.  E’ valutata positivamente la discussione in diversi fori dei Ministri dello sviluppo e delle finanze in merito all’espansione dell’aiuto al commercio (Aid for Trade), osservando come tale forma di aiuto dovrebbe essere utilizzata per sostenere i PVS, ed in particolare i LDCs, nel rafforzare la propria capacità di offerta e le infrastrutture connesse al commercio.

 


 

 

I principali risultati della Conferenza OMC di Hong Kong e i più recenti sviluppi del negoziato.

 

Dopo una serie di estenuanti trattative – accompagnate dalla consueta cornice delle contestazioni no global – il 18 dicembre 2005 la VI Conferenza ministeriale dell’OMC si è conclusa senza il temuto fallimento, ma con l’approvazione di una Dichiarazione che affronta solo alcuni dei nodi irrisolti, e che pertanto non si può nemmeno qualificare come un rilevante successo.

La conclusione parzialmente positiva del Vertice di Hong Kong si sarebbe difficilmente registrata senza l’accordo, in seno al Consiglio europeo di Bruxelles del 15-16 dicembre 2005, sul punto più controverso all’attenzione dei Capi di Stato e di Governo  dell’Unione europea, vale a dire la messa a punto delle prospettive finanziarie e di bilancio dell’Unione per il periodo 2007-2013. Infatti, anche a Bruxelles – come a Hong Kong – la discussione ha finito per individuare come perno decisivo la Politica Agricola Comunitaria: in sede UE, in quanto il Regno Unito ha posto con forza il problema di un ridimensionamento complessivo della PAC, con uno spostamento di risorse dall’agricoltura alla ricerca e all’innovazione, condizionando a ciò l’aumento sensibile dei propri contributi al bilancio comunitario. A Hong Kong, invece, a un certo momento delle complesse trattative l’Unione europea si è trovata a rischiare di figurare quale principale responsabile – a causa del suo elevato (e facilmente rilevabile) protezionismo agricolo – dell’impasse negoziale, e in particolare degli ostacoli all’aumento delle esportazioni agricole dei Paesi in via di sviluppo. La soluzione trovata a Bruxelles - grazie anche all’apporto finanziario tedesco, che ha permesso di mantenere un adeguato livello di fondi per i Paesi di recente adesione -, ossia il sì francese alla rinegoziazione della PAC, ma con effetti non anteriori al 2013, e quindi a carico del successivo periodo di bilancio; ha senza dubbio aiutato i negoziatori europei a Hong Kong nel rilanciare il negoziato, proponendo il differimento dal 2010 al 2013 della fine completa dei sussidi all’export agricolo. In tal modo la trattativa in seno alla WTO  si è sbloccata, e si sono raggiunti altri risultati degni di nota.

Nel settore agricolo, la fine dei sussidi all’esportazione rappresenta senza dubbio il risultato più importante: al proposito la Dichiarazione finale della Conferenza WTO registra l’intesa sull’eliminazione “di tutte le forme di aiuti alle esportazioni e delle norme di tutti i provvedimenti in materia di esportazioni con effetto equivalente[3], da completarsi entro il 2013. Ciò dovrà avvenire progressivamente e simultaneamente, con modalità da specificarsi, in modo da attuare una parte sostanziale del provvedimento entro la prima metà del periodo di attuazione”. Va tuttavia ricordato che i sussidi all’esportazione costituiscono, tanto per il Nordamerica che per l’Europa, solo una parte degli aiuti all’agricoltura, la maggior quota dei quali viene erogata come aiuto diretto o sostegno ai prezzi.

Proprio sul punto degli aiuti interni all’agricoltura, la Dichiarazione finale prevede tre fasce di riduzione con tagli lineari maggiori nelle fasce superiori: tuttavia, tale approccio alla riduzione degli aiuti interni va visto nel quadro dell’Allegato A alla Dichiarazione, dedicato agli aspetti dei negoziati agricoli, nel quale si esplicita il carattere non vincolante del documento stesso (“non si tratta in alcun modo di un testo concordato dai Membri”), e lo statuto poco più che di ipotesi di lavoro delle proposte tecniche di riduzione in esso contenute.

Sulla questione del cotone, la Dichiarazione ribadisce l’impegno al raggiungimento “di una decisione esplicita sul cotone nell’ambito dei negoziati sull’agricoltura”: tale decisione - che non si assume dunque come già adottata a Hong Kong – dovrebbe uniformarsi al criterio dell’eliminazione entro il 2006 di qualsiasi forma di sussidio alle esportazioni da parte dei Paesi sviluppati, con questi ultimi che, a decorrere dall’inizio del periodo di attuazione, dovrebbero consentire “l’accesso senza dazi né quote alle esportazioni di cotone dai Paesi meno sviluppati”.  Rimane anche in questo caso al di fuori delle decisioni di Hong Kong l’aspetto più importante della questione, che interessa stavolta non l’Europa ma gli Stati Uniti: non vengono infatti intaccati i sostanziosi aiuti interni ai produttori di cotone americani da parte del Governo, il cui effetto è ugualmente ostativo all’ingresso negli USA del cotone dei PVS.

Per quanto invece riguarda i negoziati NAMA, la Dichiarazione registra con nettezza l’intesa sull’adozione della “formula svizzera con coefficienti a livelli”, i quali dovrebbero tra l’altro consentire di “ridurre o eliminare, a seconda dei casi, i dazi, compresa la riduzione o eliminazione dei picchi tariffari, dei dazi elevati e della progressività dei dazi, segnatamente sui prodotti la cui esportazione presenta un interesse significativo per i Paesi in via di sviluppo; e tenere pienamente conto delle necessità e degli interessi precipui dei Paesi in via di sviluppo, anche tramite una reciprocità in materia di impegni di riduzione che non sia totale”. In tal senso la Dichiarazione contiene l’incarico al pertinente gruppo di negoziazione di mettere a punto la struttura e i dettagli relativi.

Tanto per i negoziati agricoli che per quelli NAMA, comunque, la Dichiarazione riconosce che molto rimane da fare sulla via della definizione delle modalità e della conclusione dei negoziati. In entrambi i casi viene posta la data-limite del 30 aprile 2006 per la fissazione delle modalità, e del 31 luglio 2006 per la conseguente presentazione di bozze di prospetti completi.

Sul tema dei negoziati sui servizi la Dichiarazione rimane su un piano di esortazione all’approfondimento dei negoziati, anche plurilaterali, tra i Membri della WTO, sulla scia delle previsioni del GATS (Accordo generale sul commercio dei servizi, raggiunto nell’ambito dell’Uruguay Round) e dell’Agenda di Doha. Peraltro la dimensione degli accordi plurilaterali apre la strada alla possibilità che i vari Stati membri della WTO interessati procedano alla formulazione di offerte o richieste di apertura dei rispettivi mercati, con effetti vincolanti e relativamente rapidi. Sul piano della tempistica, l’Allegato C alla Dichiarazione stabilisce che “i Gruppi di Membri che presentano richieste multilaterali ad altri Membri devono far ciò entro il 28 febbraio 2006 o, se successivamente a questa data, quanto prima; … un secondo round con la presentazione di offerte rivedute si terrà entro il 31 luglio 2006; … le redazioni definitive degli impegni dovranno essere presentate entro il 31 ottobre 2006”.

Solo parziale risulta il successo della strategia - già applicata unilateralmente dall’Unione europea dal 2001 - di consentire ai Paesi più poveri del mondo, entro il 2008 o poco oltre, l’esportazione sui mercati dei Paesi sviluppati dei propri beni in esenzione da dazi e contingentamenti: l’impegno veramente vincolante (Allegato F) si estende solo al 97% dei beni, e tra quelli esclusi possono esservi commodities di importanza vitale per questo o quello dei PVS. D’altronde, in materia di trattamento speciale e differenziato dei PVS, nell’Allegato F si “ribadisce che i paesi meno sviluppati sono tenuti ad adempiere agli obblighi e alle concessioni solo in misura proporzionale al loro grado di sviluppo, alle loro esigenze economiche e commerciali o alle loro capacità amministrative e istituzionali. Nel contesto di iniziative volte ad una coerente armonizzazione adottate con altre istituzioni internazionali, invitiamo decisamente tutti i donatori, le agenzie multilaterali e le istituzioni economiche internazionali a coordinare il loro lavoro per garantire che i paesi meno sviluppati non siano soggetti a condizioni per prestiti, accrediti e altre misure ufficiali di assistenza, ossia condizioni che possano determinare incongruenze con i diritti di questi paesi in virtù degli accordi WTO”.

 

Il periodo successivo alla conclusione della VI Conferenza ministeriale OMC di Hong Kong avrebbe dovuto registrare progressivi avvicinamenti agli obiettivi colà fissati, soprattutto in vista del 30 aprile 2006, data entro la quale molteplici impegni assunti a Hong Kong sarebbero venuti a scadenza: in realtà ciò che si è registrato è stata la continua verifica dell’impossibilità di superare le diverse posizioni, e ciò tanto nelle controversie tra Paesi avanzati e Paesi in via di sviluppo, quanto nei persistenti dissapori tra Unione europea e Stati Uniti.

In tale contesto, in margine all’annuale World Economic Forum di Davos (Svizzera), una trentina di ministri di Paesi membri del WTO, in una riunione informale del 28 gennaio 2006, hanno messo a punto un dettagliato calendario delle scadenze da rispettare per la conclusione del Doha Round entro il 2006 (senza peraltro modificare i termini relativi ai negoziati principali, quello agricolo e quello industriale). Cionondimeno, la fine di aprile è ormai alle porte, e lo stallo negoziale è evidente. L’unico fatto di rilievo è stata la diffusione, all’inizio di febbraio, di un monumentale rapporto interinale del WTO nel quale, preliminarmente all’adozione di una decisione sulla denuncia che nel maggio 2003 altri Membri dell’Organizzazione avevano presentato contro la UE, in modo significativo si richiede all’Unione di adottare una normativa meno restrittiva sul commercio (leggi importazione) degli OGM (organismi geneticamente modificati).

 

 

 

 



[1]     Regolamento (CE) n. 864/2004.

[2]     La riforma della PAC del 2003 ha già comportato una riduzione del 70 per cento degli aiuti e, entro tale limite percentuale, una simile intesa in ambito WTO risulterebbe già “assorbita” da tale riforma.

[3]     Questa seconda categoria di facilitazioni alle esportazioni agricole è stata inclusa a pari titolo soprattutto per impulso europeo: da parte di Bruxelles si è infatti più volte rilevato come le facilitazioni all’export agricolo da parte di altri Paesi sviluppati siano meno facilmente rilevabili per la loro atipicità. Un esempio può ravvisarsi nella grande massa degli aiuti alimentari USA ai PVS, che provocano sovente il fenomeno dello “spiazzamento commerciale” dei produttori locali, giacché determinano un brusco calo dei prezzi delle derrate fornite come aiuti alimentari. In proposito la Dichiarazione è piuttosto netta nel garantire l’eliminazione dello “spiazzamento commerciale” , con la messa a punto di appropriate disposizioni entro il 30 aprile 2006.