Commissioni Riunite II e VII - Resoconto di marted́ 13 marzo 2007


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SEDE REFERENTE

Martedì 13 marzo 2007. - Presidenza del presidente della II Commissione Pino PISICCHIO.

La seduta comincia alle 9.40.

Decreto-legge n. 8/2007: Misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche.
C. 2340 Governo, approvato dal Senato.

(Esame e rinvio).

La Commissione inizia l'esame del provvedimento.

Pino PISICCHIO, presidente e relatore per la II Commissione, ritiene opportuno, prima di passare all'esame del disegno di legge, esporre talune precisazioni sull'organizzazione dei lavori delle Commissioni riunite, considerato che in tema di decreti-legge vi è una stretta correlazione tempi di esame e possibilità di modifica.
Considerato che il provvedimento è iscritto nel calendario dell'Assemblea a partire da martedì 20 marzo, le Commissioni dovranno concluderne l'esame entro questa settimana. Ciò significa che entro la giornata di giovedì dovrà essere conferito ai relatori il mandato di riferire in Assemblea e che, di conseguenza, già nella giornata di mercoledì dovranno essere esaminati gli emendamenti, il cui termine potrà, pertanto, essere fissato per domani mattina affinché le Commissioni competenti siano messe nelle condizioni di esprimere il parere sul testo entro la giornata di giovedì.
Ritiene evidente che si tratti di tempi ristretti per l'esame in Commissione, ma sottolinea come, qualora fosse stato lasciato maggior tempo alle Commissioni, si sarebbero significatamene ridotte le possibilità di apportare eventuali modifiche al testo trasmesso dal Senato.
Ai membri della Commissione Giustizia ricorda l'esperienza dell'esame del decreto-legge sulle intercettazioni telefoniche, quando il provvedimento trasmesso dal Senato fu inserito nel calendario dell'Assemblea in una data ravvicinata alla data di scadenza del termine di conversione. In quella occasione la Commissione ebbe a disposizione un tempo congruo per l'esame del provvedimento trasmesso dal Senato, in quanto il provvedimento fu inserito nel calendario dell'Assemblea


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dopo quindici giorni. Tuttavia, ciò significò di fatto una sostanziale blindatura del testo trasmesso dal Senato, poiché una sua modifica e quindi trasmissione al Senato per una nuova lettura ne avrebbe significatamene messo a rischio la conversione. Nel caso in esame non è così, considerato che il decreto legge scade il 9 aprile, cioè dopo circa venti giorni dall'inizio dell'esame in Assemblea, per cui il Senato - ricorda, tra l'altro, che il Senato dovrà esaminare anche il decreto-legge sulle missioni internazionali - avrà il tempo necessario per un eventuale nuovo esame.

Pietro FOLENA (RC-SE), relatore per la VII Commissione, ritiene in ogni caso essenziale che il Parlamento sia messo nelle condizioni di poter svolgere il proprio ruolo, eventualmente anche modificando il testo in esame il cui iter non può certo ritenersi concluso con la prima lettura del Senato.

Nicola BONO (AN) prende atto delle indicazioni fornite dal presidente Pisicchio in riferimento ai tempi di approvazione del disegno di legge in esame, in riferimento ai quali si dichiara assolutamente perplesso. Come già più volte ha rappresentato, infatti, ritiene che le Commissioni debbano essere messe nelle condizioni di esaminare in tempi congrui i provvedimenti assegnati. Si tratta di aspetti che peraltro non dipendono dalle Commissioni II e VII ma dalle decisioni assunte in sede di Conferenza dei presidenti dei gruppi. Auspica in ogni caso, riservandosi di intervenire comunque nel prosieguo dell'esame, che possa esserci la più ampia convergenza di tutte le forze politiche sul provvedimento in esame.

Pino PISICCHIO, presidente e relatore per la II Commissione, condivide nella sostanza le sottolineature dell'onorevole Bono. Rileva quindi come la ristrettezza dei tempi a disposizione delle Commissioni sia in gran parte il risultato dell'asimmetria che si è venuta a creare tra i due rami del Parlamento e, segnatamente, della difficoltà del Senato di lavorare se non su percorsi predeterminati. Tale situazione, che potrebbe anche essere interpretata come una surrettizia modifica dell'assetto costituzionale, non esime tuttavia le Commissioni riunite dall'organizzare ed utilizzare nel modo migliore possibile i tempi a disposizione.
Passando all'illustrazione del provvedimento, evidenzia come esso sia volto a convertire in legge il decreto-legge n. 8 del 2007, recante misure urgenti per la prevenzione e la repressione di fenomeni di violenza connessi a competizioni calcistiche, emanato a seguito dei gravissimi episodi di violenza verificatisi in occasione di avvenimenti sportivi e culminati nell'omicidio dell'ispettore Raciti a Catania. Per arginare il fenomeno sempre più dilagante della violenza commessa in occasione di manifestazioni sportive, il Governo ha ritenuto opportuno utilizzare lo strumento della decretazione d'urgenza, reputando oramai indifferibile l'adozione di idonee misure sia preventive che sanzionatorie. Il decreto-legge, anche dopo le modifiche introdotte dal Senato, contiene disposizioni che attengono sia alla organizzazione delle partite di calcio che misure sanzionatorie.
Ai dodici articoli originari del decreto-legge, il Senato, che ha approvato il disegno di legge di conversione pressoché all'unanimità, ne ha aggiunti altri sette.
Si sofferma quindi sulle principali disposizioni di competenza della Commissione Giustizia ed, in particolare, sugli articoli 2, 2-bis, 2-ter, 3, 3-bis, 4, 5, 6 e 7 e su quelle disposizioni di altri articoli che comunque investono la competenza della Commissione.
Fra queste ultime segnala, anzitutto, l'articolo 1, recante misure specifiche concernenti la sicurezza degli impianti sportivi, come le limitazioni all'accesso negli stadi dove non siano stati completati gli interventi strutturali ed organizzativi previsti dall'articolo 1-quater del decreto-legge 24 febbraio 2003, n. 28.
Prima di esaminare le disposizioni sanzionatorie, ritiene tuttavia indispensabile una considerazione sulla proprietà di formulazione. A tal proposito, suscita più di


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una perplessità la formula «a porte chiuse» utilizzata per indicare le partite da effettuare senza la partecipazione del pubblico. Secondo la formulazione adottata dal testo, infatti, negli stadi non ancora «a norma» le competizioni sono svolte «a porte chiuse». Non si tratta di una ragione di per sé sufficiente per giustificare una nuova lettura da parte del Senato, tuttavia, qualora si ravvisassero ulteriori ragioni per una modifica del testo, si potrebbe sostituire l'espressione in questione con la seguente: «in assenza di pubblico» o da formulazioni equivalenti.
Passando all'esame del merito, evidenzia come l'articolo 1 tocchi la competenza della Commissione giustizia nelle parti sanzionatorie. Più specificatamente, al comma 2, capoverso 7-bis, si prevede la sanzione amministrativa pecuniaria da 10.000 euro a 150.000 euro nei confronti di colui che violi i divieti ivi previsti relativi alla vendita, a qualsiasi titolo, alla società sportiva che gioca in trasferta, di titoli di accesso agli impianti sportivi riservati ai sostenitori della stessa ovvero inerenti alla vendita o cessione, a qualsiasi titolo, alla stessa persona fisica di titoli di accesso in numero superiore a quattro.
Il successivo comma 3-quater, introdotto dal Senato, prevede, poi, un'apposita sanzione amministrativa variabile da 5.000 a 20.000 euro, da applicare nel caso in cui il personale addetto alla vendita e alla verifica dei titoli di accesso abbia omesso di effettuare i controlli previsti dai commi 3-bis e 3-ter relativi alle modalità di vendita dei titoli di accesso agli impianti sportivi.
Altra sanzione amministrativa (da 20.000 a 100.000 euro) è prevista dal comma 3-quinquies nei confronti delle società sportive concessionarie del servizio di vendita e controllo dei titoli di accesso agli impianti sportivi che adibiscono ai citati controlli personale sanzionato in virtù del precedente comma 3-quater.
L'articolo 2, in primo luogo, amplia l'ambito applicativo del divieto d'accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive (il cosiddetto DASPO, anche noto come «diffida»), che, fino al decreto-legge in esame, poteva essere disposto dal questore solo nei confronti delle persone che risultano denunciate o condannate, anche con sentenza non definitiva, nel corso degli ultimi cinque anni per una serie di reati specificatamente individuati dal legislatore. Il provvedimento interviene anche sulle disposizioni vigenti in base alle quali alle persone cui è notificato il DASPO il questore può altresì prescrivere di comparire personalmente una o più volte negli orari indicati, presso un determinato ufficio o comando di polizia, nel corso della giornata in cui si svolgono le manifestazioni per le quali opera il divieto.
In primo luogo, il decreto-legge ha esteso l'ambito dei reati che consentono l'applicazione del DASPO e dell'obbligo di presentazione facendovi rientrare anche quello del possesso di artifici pirotecnici in occasione di manifestazioni sportive. Ancora più importante novità è quella che consente di adottare le predette misure anche sulla base di elementi oggettivi dai quali risulti che il soggetto abbia tenuto una condotta finalizzata alla partecipazione attiva ad episodi di violenza in occasione o a causa di manifestazioni sportive o tale da porre in pericolo la sicurezza pubblica in occasione o a causa delle manifestazioni stesse. Come sottolinea la relazione di accompagnamento al disegno di legge di conversione, viene così introdotta la possibilità di applicare il divieto di accesso (ma, anche l'obbligo di presentazione di cui al comma 2 del medesimo articolo 6) indipendentemente non solo dalla condanna, seppure non definitiva, ma anche dalla mera denuncia. Si segnala, inoltre, che l'articolo 5 del decreto-legge in esame prevede un ulteriore caso in cui possono essere disposti DASPO e obbligo di presentazione.
Il decreto-legge è intervenuto anche sulla durata del DASPO e dell'obbligo di presentazione disposti dal questore, prevedendone una minima di tre mesi, successivamente aumentata ad un anno nel corso dell'esame del provvedimento presso il Senato. Il Senato, ha, inoltre, approvato un emendamento che aumenta da tre a cinque anni l'attuale limite massimo di


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durata delle citate misure preventive. Si segnala, inoltre, che una disposizione introdotta ex novo dal Senato prevede, poi, che il DASPO possa essere applicato anche nei confronti di minori di 18 anni ultraquattordicenni, stabilendo, peraltro, l'obbligo di notifica del provvedimento all'esercente la potestà genitoriale.
Il decreto-legge, a seguito delle modifiche del Senato, ha, poi, incrementato la pena prevista per la violazione del DASPO e dell'obbligo di presentazione: si passa dalla reclusione da 3 a 18 mesi, alternativa rispetto alla multa fino a 1.549 euro, alla reclusione da 1 a 3 anni, cumulabile con la multa, ora fissata anche nel minimo, applicabile nella misura da 10.000 a 40.000 euro.
In tale contesto, si segnala come la modifica più rilevante sia rappresentata non tanto dall'aumento di pena, quanto dalla sostituzione della alternatività tra pena pecuniaria e detentiva con la contestualità delle pene detentive e pecuniarie: ciò significa che è stata sottratta al magistrato la possibilità di valutare in concreto se la violazione degli obblighi disposti dal questore sia effettivamente meritevole di una sanzione detentiva. Si tratta di un aspetto estremamente delicato che consente di introdurre nel dibattito parlamentare la questione estremamente delicata della funzione preventiva oltre che remuneratoria della pena detentiva.
Il decreto-legge, specie a seguito delle modifiche introdotte pressoché all'unanimità al Senato, inasprisce pesantemente le pene attualmente previste ad introduce nuovi reati puniti con pene detentive. Le Commissioni dovranno riflettere attentamente per stabilire se la pena detentiva sia effettivamente il migliore strumento per punire le condotte vietate dal decreto-legge, oppure se ve ne siano altri più idonei. Si potrebbe pensare, i particolare, alle cosiddette sanzioni alternative, come, ad esempio, i lavori di pubblica utilità, ai quali potrebbero proficuamente essere sottoposti coloro che commettono alcuni dei reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
Oltre alle considerazioni di fondo circa adeguatezza della pena detentiva come strumento di deterrenza per la commissione di reati, ritiene poi che sussista un'ulteriore riflessione dalla quale le Commissioni non possono sottrarsi: il carcere spesso finisce per rovinare definitivamente i giovani che vi sono rinchiusi, i quali entrano in contatto con criminali che li condizionano pesantemente. Si tratta di un discorso delicato che si presta a facili quanto sterili strumentalizzazioni, considerato che la risposta più facile, anche come impatto sull'opinione pubblica, al fenomeno della violenza degli stadi, è l'aumento delle pene detentive. Se tale aumento è giustificato per i fatti gravi, non lo è per quelli meno gravi. In questi casi potrebbe essere sufficiente una pena alternativa. Ciò che assolutamente deve essere garantita è la certezza della esecuzione della pena, evitando che le norme sanzionatorie finiscano di essere degli sterili proclami.
Tornando al contenuto del decreto-legge, segnala come anche la durata del divieto di accesso (DASPO) e dell'obbligo di presentazione disposti dal giudice con la sentenza di condanna (mentre le disposizioni precedenti si riferivano alle misure disposte dal questore) sia aumenta tanto nei minimi quanto nei massimi: portandoli da quelli da due mesi a due anni a quelli da due ad otto anni. Il testo originario del decreto-legge aumentava la durata in maniera meno pesante, portandola a quella di sei mesi e fino al massimo di sette anni. A ciò si aggiunge che l'applicazione del DASPO e dell'obbligo di presentazione sono resi obbligatori con la sentenza di condanna, sia per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive o durante i trasferimenti da o verso i luoghi in cui si svolgono le gare, sia per violazione delle stesse misure di prevenzione. Con la sentenza il giudice può anche disporre la pena accessoria consistente nell'obbligo di prestare un'attività non retribuita a favore della collettività per finalità sociali o di pubblica utilità. Un'ulteriore modifica che risulta introdotta dal Senato ha stabilito, poi, l'immediata


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esecutività del capo della sentenza non definitiva che dispone il DASPO.
Il comma 2 dell'articolo 2 del decreto-legge novella invece l'articolo 6-quater della legge n. 401 del 1989 aggiungendovi un comma 1-bis, che prevede una sanzione amministrativa pecuniaria da 20.000 a 100.000 euro nei confronti delle società sportive che abbiano attribuito a soggetti privi dei requisiti morali, di cui all'articolo 11 del Testo unico di pubblica sicurezza, i compiti di controllare i titoli di accesso, instradare gli spettatori e assicurare il rispetto del regolamento d'uso dell'impianto.
Viene, dunque, introdotta una apposita sanzione volta a rendere effettivo un divieto già contenuto nel comma 1 dell'articolo 6-quater.
L'articolo 2-bis, che introduce un il divieto di manifestazioni esteriori, è stato aggiunto al provvedimento in esame nel corso del suo esame da parte del Senato.
La norma introduce, al comma 1, un reato di natura contravvenzionale, punito con l'arresto da tre mesi ad un anno e consistente nella violazione del divieto di esporre negli impianti sportivi striscioni, cartelli, simboli, emblemi, nonché di svolgere manifestazioni esteriori, anche verbali, riferibili ad organizzazioni di sostenitori i cui partecipi siano stati condannati per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
La prima questione da affrontare si riferisce alla lesività della condotta, intendendo questa come idoneità della medesima a ledere un bene giuridico meritevole di tutela penale. Si tratta di un tema estremamente delicato, che lambisce il campo dei reati di opinione, riguardo ai quali nella scorsa legislatura è stata approvata la legge 24 febbraio 2006, n. 85, diretta, segnatamente, a conformare ai principi costituzionali tutti i reati non implicanti una attività materiale violenta. Nel caso in esame, il disvalore è dato da una serie di condotte che finiscono per richiamare organizzazioni i cui sostenitori sono stati condannati per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive. La finalità della disposizione è chiara e condivisibile: si vogliono evitare negli stadi le «celebrazioni» di quei gruppi violenti che costituiscono una vera e propria piaga per lo sport. Non è altrettanto chiaro, tuttavia, se lo strumento penale sia quello più appropriato. A tale proposito, ritiene opportuno precisare che oggetto della norma non sono i cori razzisti o di insulto, i quali sono puniti da altre disposizioni legislative, bensì gli inneggiamenti a gruppi di tifosi. Inoltre, si deve tener presente che non necessariamente deve trattarsi di gruppi violenti, in quanto potrebbe trattarsi anche di gruppi riguardo ai quali solo alcuni sostenitori sono stati condannati per reati commessi in occasione di manifestazioni sportive.
Una volta risolta la questione della lesività della condotta, rimane quella della determinatezza della fattispecie, che in una norma penale costituisce una vera e propria questione di costituzionalità. Su questo punto sussiste più di un dubbio. In primo luogo, non è chiaro cosa si intenda per «rappresentazione esteriore anche verbale relativa ad organizzazioni di sostenitori», che sia diversa da striscioni, cartelli, simboli ed emblemi. Inoltre, dalla formulazione della condotta non risulta che debba trattarsi di un atteggiamento di favore verso quelle organizzazioni. Così come è formulata la fattispecie, ad essa sembrano riconducibili anche le manifestazioni di critica rispetto a tali organizzazioni.
Il successivo comma 2 stabilisce, poi, che il rifiuto di rimozione di striscioni, cartelli, eccetera, ovvero di desistere dalle manifestazioni esteriori sopradescritte, a richiesta della forza pubblica, integra il reato di resistenza a pubblico ufficiale di cui all'articolo 337 del codice penale. Identico illecito commette chi, su analoga richiesta, non cessi dalle manifestazioni esteriori e dall'ostentazione di emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che abbiano tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Ricorda quindi che il reato di resistenza a un pubblico ufficiale sanziona


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con la reclusione da sei mesi a cinque anni chiunque usi violenza o minaccia per opporsi a un pubblico ufficiale mentre compie un atto di ufficio. Il comma 2 del decreto-legge si limita a tradurre in legge la giurisprudenza in base alla quale, ai fini del delitto di resistenza, non occorre che la violenza dell'agente ponga in pericolo l'integrità fisica del soggetto passivo, essendo sufficiente il mero impedimento dell'atto da parte del pubblico ufficiale, in quanto il delitto in discorso va a ledere gli interessi della pubblica amministrazione e non la persona fisica del funzionario.
Il comma 3, infine, stabilisce una rimodulazione delle sanzioni previste dall'articolo 2, comma 1, della cosiddetta legge Mancino (legge n. 205 del 1993) a carico di coloro che, in pubbliche riunioni, compiano manifestazioni esteriori od ostentino emblemi o simboli propri o usuali delle organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi aventi tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi. Mentre i previgenti limiti di pena consistevano nella reclusione fino a tre anni e nella multa da 103 a 258 euro, quelli ora introdotti prevedono una reclusione da uno cinque anni e la multa da 10.000 a 50.000 euro.
L'articolo 2-ter, inserito nel corso dell'esame del provvedimento al Senato, attribuisce ad un apposito decreto del Ministro dell'interno, da emanarsi entro sessanta giorni dall'entrata in vigore della legge di conversione del decreto legge in esame, il compito di definire i requisiti, le modalità di selezione e la formazione del personale incaricato dei servizi di controllo dei titoli di accesso agli impianti sportivi, nonché di instradamento degli spettatori e di verifica del rispetto del regolamento d'uso degli impianti medesimi. Il decreto in esame, sul quale dovrà essere acquisito il parere delle competenti Commissioni parlamentari, dovrà, altresì, stabilire le modalità di collaborazione con le Forze dell'ordine. Il prefetto, effettuati i necessari controlli, può vietare alle società sportive l'utilizzo di quelle persone che non risultino in possesso dei requisiti necessari per l'espletamento delle funzioni sopra indicate.
L'articolo 3 del decreto-legge interviene sugli articoli 6-bis, comma 1, e 6-ter della legge n. 401 del 1989, che prevedono due distinte figure di reato.
In particolare, il comma 1 modifica l'articolo 6-bis, comma 1, che configura come reato il lancio di materiale pericoloso in occasione di manifestazioni sportive. Oltre al lancio, costituisce reato anche l'utilizzo di materiale pericoloso. Sono stati meglio definiti gli oggetti pericolosi, rientrando tra questi i «razzi, bengala, fuochi artificiali, petardi, strumenti per l'emissione di fumo o di gas visibile, bastoni, mazze, materiale imbrattante o inquinante, oggetti contundenti o comunque atti ad offendere».
La condotta, inoltre, non rileva solo quando sia posta in essere nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, ovvero in quelli interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle manifestazioni medesime, ma anche nelle immediate adiacenze degli stessi. Si considerano commessi nei luoghi suddetti i fatti ivi verificatisi nelle ventiquattro ore precedenti o successive allo svolgimento della manifestazione sportiva. Durante l'esame al Senato, la norma è stata ulteriormente modificata - oltre che con una riscrittura di natura formale del nuovo comma 1 dell'articolo 6-bis - con la precisazione che l'illiceità dei fatti deve essere comunque ricollegabile alla manifestazione sportiva. La novella interessa anche i profili sanzionatori del reato in oggetto: la pena è ora la reclusione da uno a quattro anni, quindi incrementata rispetto a quella precedente, fissata tra i sei mesi e i tre anni.
Le aggravanti speciali previste dall'articolo 6-bis sono invertite. Mentre in passato si prevedeva un semplice aumento di pena se dal fatto derivava un danno alle persone (quindi l'aumento di un terzo, ex articolo 64 del codice penale) e l'aumento fino alla metà se dal fatto derivava il mancato regolare inizio, la sospensione, l'interruzione o la cancellazione della manifestazione


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sportiva, il decreto-legge ha invertito l'entità dell'aumento della pena tra le due circostanze. Un emendamento approvato dal Senato ha precisato, tuttavia, che l'aumento di pena debba derivare non dal mancato regolare inizio della gara bensì da «un ritardo rilevante dell'inizio» della stessa.
Il comma 2 modifica invece il reato di possesso di artifizi pirotecnici in occasione di manifestazioni sportive di cui all'articolo 6-ter della legge n. 401 del 1989.
La fattispecie è stata ampliata, punita in modo più rigoroso e armonizzata, sotto i profili del possesso e del luogo, con il delitto di lancio di materiale pericoloso di cui all'articolo 6-bis, come modificato dal comma 1 dell'articolo 3 in esame. Dal punto di vista sanzionatorio, il possesso di tali materiali non è più inquadrato come contravvenzione, bensì come delitto. L'arresto da tre a diciotto mesi e l'ammenda da 150 a 500 euro sono sostituiti dalla reclusione da sei mesi a tre anni e la multa da 500 a 2.000 euro. L'entità di quest'ultima è stata aumentata da un emendamento approvato dal Senato che ha fissato i nuovi limiti minimi e massimi in 1.000 e 5.000 euro.
L'articolo 3-bis, modifica l'articolo 635 del codice penale introducendo una nuova aggravante al delitto di danneggiamento, da applicarsi nel caso in cui il danneggiamento di attrezzature e impianti sportivi sia realizzato al fine d'impedire o interrompere lo svolgimento di manifestazioni sportive. La pena che sanziona l'illecito aggravato è la reclusione fino a un anno o la multa fino a 309 euro.
L'articolo 4 modifica gli articoli 8 e 8-bis della legge n. 401 del 1989, in relazione alla disciplina dell'arresto in flagranza effettuato durante o in occasione di manifestazioni sportive.
Il comma 1, in particolare, apporta modifiche alla disciplina dell'arresto in flagranza durante o in occasione di manifestazioni sportive, prevedendo che possa essere effettuato anche nel caso di possesso di materiale pericoloso oltre che per il lancio e l'utilizzo di materiale pericoloso, per la violazione del divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono le manifestazioni sportive e dell'obbligo di presentazione e nel caso di reati commessi con violenza alle persone o alle cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive. Viene, inoltre, chiarito che l'arresto può essere disposto nel caso di violazione del divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive, anche nell'ipotesi in cui a tale divieto non si accompagni l'obbligo di presentarsi personalmente al comando di polizia. È infine consentito l'arresto nel caso di violazione del divieto di accedere ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive disposto dal giudice con la sentenza di condanna.
La successiva lettera b) interviene sull'istituto della «flagranza differita» o «arresto differito», introdotto dal decreto-legge 24 febbraio 2003, n. 28. A tale proposito, si ricorda come il predetto decreto-legge abbia esteso temporalmente il concetto di flagranza, stabilendo che quando non è possibile procedere immediatamente all'arresto per ragioni di sicurezza o incolumità pubblica, si considera comunque in stato di flagranza colui il quale, sulla base di documentazione video fotografica o di altri elementi oggettivi dai quali emerge inequivocabilmente il fatto, ne risulta autore, sempre che l'arresto sia compiuto non oltre il tempo necessario alla sua identificazione e, comunque, entro le trentasei ore dal fatto.
La norma in esame apporta due modifiche a tale disciplina. In primo luogo, viene eliminata la possibilità di verificare la commissione del fatto contestato da parte di un determinato soggetto alla luce di non meglio specificati «elementi oggettivi» dai quali emerge inequivocabilmente il fatto. Pertanto, d'ora in avanti si potrà procedere esclusivamente sulla base di filmati e fotografie. In secondo luogo, il termine di durata della flagranza viene ulteriormente esteso dalle trentasei alle quarantotto ore.
Tale ultima modifica sarebbe dettata dall'esigenza di attribuire alle forze dell'ordine un ulteriore lasso di tempo per procedere alle identificazioni ed al successivo prelevamento dei soggetti individuati.


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È evidente, peraltro, come qualsiasi aumento dei tempi rende ancora più marcata la deroga al principio della effettività della flagranza. Una volta che si ritenga accettabile la deroga a tale principio, non sono le dodici ore in più a far modificare la valutazione positiva dell'istituto, se queste sono necessarie per rendere concretamente applicabile l'istituto della flagranza differita.
Ciò che appare maggiormente rilevante è quanto previsto dal comma 2, il quale, abrogando l'articolo 1-bis del decreto-legge n. 28 del 2003, che stabiliva un termine finale per l'efficacia delle disposizioni in materia di flagranza differita e la sottrazione alla disciplina generale delle misure cautelari di cui si dirà a breve, conferisce una definitiva stabilità e normalizzazione a due istituti che sinora erano stati considerati eccezionali e temporanei. Anzi, proprio sulla base di tale natura i medesimi istituti hanno trovato la propria giustificazione. Ricorda come i predetti istituti fossero stati resi transitori in sede di conversione del decreto-legge n. 28 del 2003, attraverso la limitazione della loro efficacia al 30 giugno 2005. Tale termine, ora abrogato, era stato successivamente prorogato al 30 giugno 2007 dal decreto-legge 30 giugno 2005, n. 115.
Ritiene quindi che occorra riflettere attentamente per stabilire se tale stabilizzazione possa poi giustificare una estensione applicativa degli istituti in tutti i casi in cui vi siano degli schieramenti di persone, come avviene, ad esempio, nelle manifestazioni politiche. In astratto, le considerazioni che giustificano la flagranza differita in caso di manifestazioni sportive sono valide anche nel caso di cortei politici o, comunque, di manifestazioni politiche. In entrambi l'arresto in flagranza reale richiederebbe un intervento delle forze di polizia all'interno del gruppo dei manifestanti che potrebbe essere altamente rischioso. Per evitare ciò, nel 2003 fu introdotto l'istituto speciale e temporaneo dell'arresto in flagranza differita. Oggi l'istituto perde il carattere della temporaneità, ma opportunamente non quello della specialità, rimanendo applicabile solo nell'ambito delle manifestazioni sportive. Qualora si intendesse trasformarlo, in futuro, in un istituto di carattere generale si dovranno fare delle valutazioni non limitate al solo fattore dell'ordine pubblico, considerato che diventerebbe applicabile anche alle manifestazioni politiche.
La lettera c) modifica l'articolo 8, comma 1-quater della legge n. 401 del 1989 secondo il quale, nel caso di una serie di reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive, le misure coercitive (quali la custodia cautelare e gli arresti domiciliari) possano essere disposte anche per reati la cui pena sia inferiore ai limiti minimi previsti in generale per l'applicazione delle misure cautelari. Ciò allo scopo di evitare che una persona arrestata in base alle previsioni della legge possa poi riacquistare la libertà a causa dell'impossibilità di disporre misure coercitive per tali reati, in quanto aventi limiti edittali di pena insufficienti. La lettera c) prevede che la deroga al regime generale delle misure cautelari si applichi anche nel caso di violazione del divieto di accedere ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive che sia stato disposto dal giudice con la sentenza di condanna.
Il comma 3, infine, prevede che, analogamente a quanto già accade per i reati di violazione del DASPO e degli obblighi di comparizione, di lancio di materiale pericoloso e scavalcamento di recinzioni dell'impianto sportivo e per i reati commessi durante o in occasione di manifestazioni sportive, anche per il possesso di materiale pericoloso si proceda sempre con giudizio direttissimo, salvo che siano necessarie speciali indagini.
L'articolo 5 integra il sistema sanzionatorio per la violazione del regolamento d'uso degli impianti predisposto sulla base delle linee guida approvate dall'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. Chiunque violi il predetto regolamento è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro in luogo della precedente sanzione da 30 a 300 euro. Il decreto-legge, inoltre, prevede la possibilità di disporre il divieto di accesso


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ai luoghi dove si svolgono le manifestazioni sportive e l'obbligo di presentazione al comando di polizia nei confronti di colui al quale - per la seconda volta nel corso della medesima stagione sportiva - sia stata comminata la sanzione amministrativa di cui al comma 2 dell'articolo 1-septies, per aver violato le disposizioni del regolamento d'uso dell'impianto che comportino l'allontanamento dallo stesso. Il cosiddetto DASPO, in questo caso, può essere disposto per una durata da 3 mesi a 2 anni
L'articolo 6, al comma 1, estende le misure di prevenzione previste dalla legge 27 dicembre 1956, n. 1423 e dalla legge 31 maggio 1965, n. 575 alle persone indiziate di avere agevolato gruppi o persone che hanno preso parte attiva, in più occasioni, alle manifestazioni di violenza commesse in occasione di competizioni sportive.
Il comma 2 dispone, invece, che nei confronti dei medesimi soggetti possa essere altresì applicata la misura di prevenzione patrimoniale della confisca dei beni di cui alla legge n. 575 del 1965. Si tratterà di confiscare i beni che possono agevolare, in qualsiasi modo, le attività di chi prende parte attiva a fatti di violenza in occasione o a causa di manifestazioni sportive.
L'articolo 7, al comma 1 (come risultante dall'approvazione di un emendamento interamente sostitutivo nel corso dell'esame da parte del Senato del disegno di legge di conversione del decreto legge), introduce nel codice penale la nuova fattispecie di reato delle lesioni personali gravi o gravissime commesse in occasione di servizi di ordine pubblico (articolo 583-quater del codice penale). In particolare, viene punito con le pene previste dall'articolo 583 del codice penale, aumentate della metà, chiunque procuri ad un pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico lesioni personali gravi o gravissime.
Il comma 2 introduce un comma all'articolo 339 del codice penale, recante una nuova circostanza aggravante a effetto speciale per il caso in cui la violenza o la minaccia sia commessa mediante il lancio o l'utilizzo di corpi contundenti o altri oggetti atti a offendere, compresi gli artifici pirotecnici, in modo da creare pericolo alle persone.
L'articolo 8 stabilisce il divieto per le società sportive di corrispondere facilitazioni di qualsiasi natura a coloro che siano stati colpiti da divieti o prescrizioni di cui all'articolo 6 della citata legge n. 401 del 1989, o condannati per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive, ovvero che siano destinatari di una misura di prevenzione personale o patrimoniale. È altresì vietata alle società sportive la corresponsione di contributi, sovvenzioni, facilitazioni di qualsiasi genere ad associazioni di tifosi, comunque denominate, salvo che non rientrino tra quelle con determinate caratteristiche.
Per quanto concerne specificamente gli ambiti di competenza della Commissione Giustizia, si segnala il comma 3, il quale prevede per le società che corrispondono agevolazioni vietate ai sensi del comma 1, la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 50.000 a 200.000 euro, irrogata dal prefetto della provincia in cui la società ha sede legale.
Sono previste sanzioni amministrative, da 40.000 a 200.000 euro, anche nel caso di violazione delle disposizioni di cui all'articolo 9, relative al divieto per le società organizzatrici di competizioni calcistiche di emettere, vendere o distribuire titoli di accesso ai soggetti destinatari dei provvedimenti interdittivi e prescrittivi di cui al citato articolo 6 della legge n. 401 del 1989, ovvero a soggetti condannati anche con sentenza non definitiva per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive divieto di cui al comma 1.
Altre disposizioni sanzionatorie sono previste dall'articolo 11-quater che apporta alcune modifiche al Testo unico della radiotelevisione (decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177), integrando le norme relative alla tutela dei minori nella programmazione televisiva (articoli 34 e 35) con la previsione di uno specifico codice di autoregolamentazione per le trasmissioni di commento ad eventi sportivi, in particolare calcistici.


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In particolare il comma 1, lettere d) ed e); modifica l'articolo 35 del testo unico che stabilisce sanzioni specifiche per l'inosservanza delle norme poste a tutela dei minori. Viene esteso l'apparato sanzionatorio già previsto dall'articolo al mancato rispetto del codice di autoregolamentazione per le trasmissioni sportive ed, inoltre, è disposto un inasprimento della durata della sanzione accessoria della sospensione del titolo abilitativo, concessione o autorizzazione, per emittenti che non adempiano alle prescrizioni di cui all'articolo 34: la sospensione, ora prevista per un periodo da uno a dieci giorni, verrebbe disposta per un periodo da tre a trenta giorni.

Mario PESCANTE (FI), intervenendo anche a nome dei deputati del gruppo cui appartiene, rappresenta un convinto consenso sul provvedimento in esame, già approvato dal Senato con il voto favorevole di Forza Italia. Esprime quindi il compiacimento per la trasversalità di consensi su un provvedimento così importante, seppure con l'accettazione dei tempi imposti per il suo esame, in considerazione della necessità di non pervenire ad ulteriori ritardi nella sua approvazione. Precisa infatti che seppure la violenza negli stadi non è un profilo che si può ipotizzare di risolvere definitivamente con il provvedimento in esame, si tratta in realtà di un tema urgente da affrontare in tempi brevi. Ritiene comunque che si potrà, anche in altre sedi, valutare l'adozione di ulteriori interventi normativi, idonei a favorire la diffusione di una cultura dello sport, in collegamento peraltro alla tutela della cultura in generale.

Pietro FOLENA (RC-SE), relatore per la VII Commissione, intende anzitutto rilevare che la tragedia di Catania e la morte di Filippo Raciti, ennesimo servitore dello Stato caduto nell'esercizio del suo dovere, ai cui congiunti esprime anche in questa sede i più forti sentimenti di vicinanza e cordoglio, hanno posto il Paese, il Governo e il Parlamento di fronte alla necessità dell'intervento legislativo di cui si inizia oggi l'esame. Rileva inoltre che quanto accaduto, tuttavia, racconta anche dello scarso risultato, per non parlare di fallimento, di una politica di contrasto alla violenza negli stadi basata esclusivamente, o quasi, su misure di sicurezza e di repressione che ha ispirato fino ad oggi la legislazione in materia.
Osserva che è indubbio che la repressione di comportamenti e azioni che assumono una particolare gravità per il contesto nei quali avvengono, poiché distruggono la fiducia e la passione della maggioranza degli italiani nello «sport nazionale», il calcio, è un dovere del legislatore, delle forze di polizia e della magistratura. Infatti, infangare il gioco del calcio, macchiarlo finanche del sangue di giovani tifosi e di agenti di polizia, è quanto di peggio si possa immaginare in quella che ritiene dovrebbe essere un'occasione di svago e di rinnovata adesione ai valori dello sport, allo «spirito olimpico», al sano agonismo atletico. Si è cioè di fronte ad una vera e propria «espropriazione» del diritto allo spettacolo dello sport della stragrande maggioranza dei tifosi, operata da ristretti, ma pericolosi gruppi e singoli individui per i quali lo stadio è divenuto una metafora bellica del «campo di battaglia».
Ribadisce che nessun atteggiamento lassista e nessun «sociologismo» giustificazionista possono trovare spazio di fronte a fatti tanto gravi come quelli di Catania. E, tuttavia, basare solo sulla repressione - un giustizialismo panpenalistico - il contrasto della violenza nelle manifestazioni sportive non ha portato al risultato di stroncare la violenza. Del resto non poteva che essere così, proprio per l'ambiente e il contesto in cui tali violenze avvengono. Sottolinea quindi che intervenire su questi aspetti non è accessorio rispetto all'efficacia dell'azione dello Stato contro la violenza. Considera infatti fattori decisivi la sicurezza preventiva, la responsabilizzazione delle società, quella dei tifosi e delle loro organizzazioni, l'educazione a comportamenti civili e rispettosi del diritto altrui a godere dello sport, nonché interventi sul piano della comunicazione. Si


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chiamano in causa così le famiglie, le scuole, le amministrazioni locali, le organizzazioni sociali e religiose e, ancora più in là, gli adulti e la loro difficoltà nell'indicare credibili esempi e modelli di riferimento.
Sottolinea che il calcio, in particolare, di cui la VII Commissione si è occupata a proposito delle cause di «calciopoli» con un'indagine conoscitiva di cui si sta elaborando il documento conclusivo, è ammalato da un eccesso di business, che talvolta diventa - col concorso di piccoli gruppi organizzati di tifosi senza scrupoli, e anche in combutta con alcune società o con settori di esse - affarismo spietato. Ritiene che non sia in questione un mercato che muove grandi risorse economiche, ma l'equilibrio fra il diritto costituzionale della libertà economica e quello del valore sociale che hanno alcune attività, in primis, lo sport.
Nel merito, osserva che il decreto in esame, pur prevedendo severi inasprimenti delle sanzioni penali a carico di chi si macchia di fatti di violenza, o anche solo crea condizioni favorevoli al suo dispiegamento, pur senza conseguenze, prevede al contempo misure di sicurezza preventiva - si riferisce ad esempio alla sicurezza degli impianti sportivi - e, novità di rilievo, previsioni sul piano sociale, culturale e della comunicazione che sembrano poter essere una inversione di tendenza rispetto al passato. Aggiunge, inoltre, che alle iniziali previsioni del Governo, il Senato ha poi meritoriamente aggiunto ulteriori e significative misure proprio in questi ambiti, che sono quelli più strettamente di competenza della Commissione cultura, ed ha votato unanimemente il testo così modificato.
Intende però soffermarsi su qualche aspetto anche riguardo i temi più prettamente penalistici. Rileva che si è dato in passato un messaggio emergenziale teso a rassicurare l'opinione pubblica prevalentemente sotto un profilo formale, ma oltre quel messaggio poco altro si è visto. Ritiene infatti che l'inasprimento formale delle pene, in questo contesto come in molti altri, si dimostra largamente inadeguato, in quanto una pena severa ma non certa, non sempre, anzi quasi mai, è un efficace deterrente. All'incremento dell'entità della pena, quindi, va sostituita la cultura della sua certezza e la rapidità della sua applicazione. Considera ad esempio positivo quanto previsto circa l'immediata esecuzione della parte della sentenza che dispone l'allontanamento dagli stadi, introdotto nel corso dell'esame al Senato, sottolineando che occorre proseguire sullo stesso terreno.
Evidenzia quindi che è necessario intervenire su un piano più propriamente preventivo, che permetta di scongiurare l'eventuale commissione dell'illecito e, laddove questo obiettivo venisse mortificato, definisca un sistema che restituisca alla pena la funzione rieducativa, come del resto prescrive l'articolo 27 della Costituzione. Precisa che reprimere i delitti è un dovere imprescindibile per uno Stato di diritto; punire i colpevoli consente infatti di ristabilire l'equilibrio violato dalla commissione dell'illecito ed educare alla legalità è un obiettivo primario di ogni Stato. In questo senso, ritiene allora che si potrebbe immaginare un sistema di «esecuzione alternativa», tale da consentire al giudice, al termine del processo e al momento dell'emissione della sentenza, di porre l'imputato di fronte all'alternativa di proseguire secondo il modello ordinario di irrogazione della pena; ovvero di scegliere un'anticipazione dell'esecuzione della stessa con una pena alternativa alla detenzione, consistente in lavori socialmente utili legati al mondo sportivo. Evidenzia che si potrebbero trasferire, in questa fase, gli stessi principi del patteggiamento, laddove la rinuncia a diritti di difesa viene compensata da vantaggi sulla quantificazione della pena, senza che, essendo la scelta rimessa alla parte, si possa parlare di menomazione dei diritti di difesa costituzionalmente garantiti. Aggiunge, per esemplificare, che se il giudice potesse chiedere al condannato di scegliere tra la detenzione carceraria - ovviamente per fatti di non grave entità - e l'esecuzione di una pena «socialmente utile» e collegata al calcio - ad esempio, prestare servizio


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nelle pulizie e nella manutenzione degli impianti sportivi, o nell'attività di servizio al calcio minorile e giovanile - questo potrebbe, da un lato, favorire una rieducazione efficace del condannato e, dall'altro, essere più dissuasiva di una solo ipotetica sanzione detentiva. Sottopone le riflessioni svolte all'attenzione di tutti i commissari, ed in particolare di quelli della Commissione giustizia, pur comprendendo che si tratta di un unicum nella procedura penale e di una innovazione quasi rivoluzionaria. Ritiene, tuttavia, che proprio la materia in esame, lo sport, con la sua specificità e le sue ripercussioni sociali e culturali, sia forse il terreno più adatto a sperimentare forme di innovazione della giustizia penale del genere che ha ipotizzato.
Ritiene eccentrica d'altra parte la previsione di misure preventive - in particolare patrimoniali - di cui all'articolo 6 del decreto-legge in esame, che paiono fuori contesto rispetto alla natura del fenomeno della violenza negli stadi. Aggiunge, inoltre, che il mondo dello sport, nella sua autonomia, a partire dalla Figc, dovrebbe prevedere un aggravamento delle sanzioni nei confronti di giocatori, allenatori, o accompagnatori che si rendessero responsabili di comportamenti violenti sul campo. Si tratta infatti di atteggiamenti che hanno un'influenza negativa immediata sugli spettatori, in particolare i più giovani, che di quegli eventi vivono. Al contrario, sarebbe necessario premiare e incentivare quei comportamenti e quelle condotte positive di campioni a cui molti ragazzi guardano con rispetto e ammirazione.
Passa quindi all'esame di ciascun articolo, ritenendo di particolare rilevanza, ai fini della prevenzione, le previsioni di cui all'articolo 1 circa l'irrigidimento delle misure di sicurezza degli impianti e la commercializzazione dei titoli di accesso, ulteriormente ristretta dall'intervento del Senato. Queste misure, pur previste dalla legislazione precedente, erano rimaste nei fatti inattuate mentre ora si collega l'apertura degli impianti al pubblico, alla loro attuazione. Rileva invece, in riferimento all'articolo 2-bis, introdotto nel corso dell'esame al Senato, che suscita perplessità, anche rispetto alla libertà di espressione, il divieto di manifestazioni esteriori, sanzionato penalmente, da parte di gruppi i cui membri abbiano subito condanne per reati commessi durante le manifestazioni sportive. Sarebbe quindi opportuno meglio specificare la natura di tali manifestazioni e le circostanze che le rendono punibili; ritiene infatti che una buona organizzazione delle coreografie e degli striscioni nello stadio sia un formidabile deterrente alla violenza.
Considera positiva, invece, la previsione dell'articolo 2-ter, anch'esso introdotto nel corso dell'esame al Senato, circa la formazione del personale addetto agli impianti sportivi, i cosiddetti steward, il cui compito dovrà essere quello di accompagnatori e mediatori, in stretto coordinamento con le forze di polizia, e non certo di polizia privata controllata dalle società. Sottolinea che nella formazione e nell'addestramento, tale personale deve essere messo in condizione di prevenire il dispiegarsi della violenza, soprattutto operando preventivamente, sia riguardo la sicurezza in senso stretto, ad esempio l'accesso dei tifosi, sia riguardo atteggiamenti che preludano a comportamenti violenti. Il decreto attuativo dovrebbe quindi prevedere che la vigilanza di tali operatori sia assicurata per tutto il corso della partita, e non solo per la fase iniziale di assegnazione dei posti, eventualmente anche stabilendo che gli steward, come avviene all'estero, durante la gara siano rivolti verso il pubblico e non seduti a seguire la partita, con lo sguardo al campo di gioco.
Ritiene anche opportuna la modifica apportata all'articolo 3 riguardo l'estensione dei tempi e dello spazio che configurano violazione di legge riguardo i reati di possesso o lancio di oggetti pericolosi o artifizi pirotecnici, e la contemporanea limitazione costituita dal collegamento tra tali comportamenti e la manifestazione sportiva. Così come anche l'aggravante, in questo e nei successivi articoli, costituita dalla determinazione di un effettivo ritardo o turbativa della manifestazione


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sportiva stessa. Aggiunge quindi che l'articolo 4 contiene la positiva limitazione della flagranza differita - norma com'è noto assai discussa - alle prove documentali, quali filmati e foto, che la dimostrino in modo inequivocabile, impedendo così che la delazione diventi strumento di vendetta tra gruppi di tifosi. Rinvia quindi a quanto già sottolineato circa l'articolo 6, ricordando che l'articolo 7, così come modificato dal Senato, reca aggravanti opportune in caso di violenza e resistenza con lesioni a pubblico ufficiale. Il successivo articolo 8 stabilisce, poi, il divieto per le società sportive di corrispondere facilitazioni di qualsiasi natura a coloro che siano stati colpiti da divieti o prescrizioni di cui all'articolo 6 della legge n. 401 del 1989, o condannati per reati commessi in occasione o a causa di manifestazioni sportive, ovvero che siano destinatari di una misura di prevenzione personale o patrimoniale; mentre il successivo articolo 9 introduce, al comma 1, il divieto per le società organizzatrici di competizioni calcistiche di emettere, vendere o distribuire titoli di accesso ai citati soggetti destinatari dei provvedimenti interdittivi e prescrittivi di cui al citato articolo 6 della legge n. 401 del 1989, ovvero a soggetti condannati anche con sentenza non definitiva per reati commessi in occasione, o a causa di manifestazioni sportive.
In particolare, considera positiva la deroga di cui al comma 4 dell'articolo 9, che stabilisce la possibilità di rapporti tra le società e le organizzazioni di tifosi «aventi tra le finalità statutarie la promozione e la divulgazione dei valori e dei principi della cultura sportiva, della non violenza e della pacifica convivenza, come sanciti dalla Carta olimpica». Si disegna così la possibilità di un'evoluzione del tifo associato verso forme mature e democratiche. Intende inoltre sottolineare che, soprattutto nel caso di grandi società sostenute da una fitta rete di club su tutto il territorio nazionale, queste associazioni già svolgono una preziosa azione sociale, benefica e di solidarietà, portando con viaggi organizzati le famiglie agli stadi. Sottolinea però che anche molti gruppi ultrà - come testimoniato d'altra parte da una recente audizione svolta dalla VII Commissione nel corso dell'indagine conoscitiva sul calcio - si stanno evolvendo e stanno prendendo coscienza della necessità di un'energica azione contro la violenza e le ideologie o i comportamenti che la diffondono; vanno quindi aiutati in questo percorso con lo strumento individuato. Sottolinea ancora che appare opportuna la modifica introdotta dal Senato circa la non presenza tra gli associati di persone oggetto di provvedimenti interdittivi, a condizione che venga specificato che l'atto di allontanamento dall'organizzazione ripristini la facoltà di istituire rapporti tra dette organizzazioni e le società.
Ritiene anche opportuni i divieti di vendita dei biglietti di cui all'articolo 9 nei confronti di persone oggetto di provvedimenti restrittivi o condanne penali, al fine di responsabilizzare anche le società di calcio; gli articoli 10 e 11 affrontano invece la necessità degli adeguamenti degli impianti sportivi in relazione alla sicurezza. Sottolinea che il Senato ha in particolare previsto che le società sportive abbiano in carico tale adeguamento; pur comprendendo la ratio di tale previsione, ritiene che essa potrebbe risultare inattuabile perché eccessivamente onerosa soprattutto per le società più piccole. Sarebbe opportuno quindi prevedere forme di sgravio fiscale a favore di tali società, anche con criteri progressivi riguardo l'efficacia delle misure di sicurezza adottate.
Aggiunge che dovrà essere affrontato, ma in altra sede, il tema degli impianti, in riferimento alla proprietà e all'eventuale cessione alle società sportive; come pure dell'occasione rappresentata dall'Europeo 2012, che potrebbe rappresentare un vero e proprio volano per la loro sistemazione e messa in sicurezza. Ricorda, infatti, come è stato documentato sempre nell'indagine conoscitiva su «calciopoli», che la capitalizzazione delle società e il loro rafforzamento è infatti fortemente legata al tema degli stadi.
Sottolinea, ancora, che la previsione di misure per promuovere i valori dello sport, di cui all'articolo 11-bis introdotto


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dal Senato, di per sé estremamente positiva, non è però accompagnata da una previsione seppur minima di spesa ed è anzi vincolata al non incremento delle uscite per la finanza pubblica. Riterrebbe, invece, che andrebbe previsto uno stanziamento, anche minimo, al fine di non rendere la norma una mera petizione di intenti. Considera rilevante inoltre anche l'estensione delle misure di sicurezza agli impianti minori - che rende però ancora più necessario l'adeguamento degli articolo 10 e 11 riguardo le spese per le società - poiché in tali luoghi spesso trascurati avvengono gli stessi episodi di violenza gravi e a volte anche gravissimi, lontani però dai riflettori dei grandi media.
Ritiene infine pienamente condivisibile la previsione dell'articolo 11-quater riguardo l'autodisciplina delle trasmissioni sportive, visto che si tratta di luoghi ove, senza voler generalizzare, a volte si annidano germi di intolleranza e si alimentano linguaggi violenti. Considera altresì opportuna anche la forma di un codice di autoregolamentazione, da adottare successivamente con atto del Governo. Non comprende però la previsione del parere della Commissione parlamentare di cui alla legge 23 dicembre 1997, n. 451, competente per l'infanzia; il riferimento andrà senz'altro corretto, prevedendo il parere delle Commissioni parlamentari competenti.
Con l'intento, infine, di favorire l'accesso delle famiglie, e in particolare dei minori, agli stadi, così da determinare una «riappropriazione» dell'evento sportivo da parte del pubblico, preannuncia la presentazione di un emendamento relativo all'introduzione di una specifica norma che preveda la gratuità dell'ingresso allo stadio per i minori di 14 anni, se accompagnati da un adulto. Ritiene infatti che occorra lavorare sulla possibilità di creare un autentico clima di festa e di gioco negli impianti sportivi, invitando anche le società a promuovere iniziative di intrattenimento precedenti le partite, anche per mantenere il più possibile distesa l'atmosfera antecedente lo svolgimento della partita.
In conclusione, sottolinea che il decreto all'esame delle Commissioni rappresenta un ragionevole ed utile passo in avanti sulla strada della sicurezza e della prevenzione della violenza. Andrà però compiuto un ulteriore sforzo per renderlo anche strumento di avvicinamento delle famiglie al grande spettacolo del calcio. Rileva, in questo senso, che è stato importante il lavoro svolto nel corso dell'esame al Senato, si dovrà però ulteriormente valorizzarlo, in questo ramo del Parlamento - essendovi i tempi tecnici, in quanto il decreto è in scadenza il 9 aprile - prevedendo modifiche che col consenso di tutti, rendano più efficaci nel senso indicato le norme in esame.

Pino PISICCHIO, presidente e relatore per la II Commissione, nessun altro chiedendo di intervenire, rinvia il seguito dell'esame alla seduta convocata domani prima della seduta antimeridiana dell'Assemblea.

La seduta termina alle 10.10.